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Oswald Gracias

Cardinale, Presidente della Conferenza Episcopale Indiana
 biografia

Il tema delle nostre discussioni è la questione della coesistenza. Potrebbe sembrare strano discutere una simile istanza perché ci si può domandare se ci sono delle argomentazioni contro la coesistenza.  Non è forse il bisogno di coesistenza di per sé evidente?  Qual è l’alternativa alla coesistenza? Certamente, ci possono essere delle fasi nella coesistenza, da una mera “coesistenza di tolleranza” fino ad una “armoniosa vita comune”.

Partendo dal punto di vista della fede, Dio ci ha creati come un’unica famiglia. Noi siamo tutti fratelli e sorelle e condividiamo lo stesso destino, le stesse risorse della madre terra, e condividiamo anche la stessa fine!  Dio ci ha posti insieme in un particolare periodo di tempo e di spazio, così da poterci assistere reciprocamente per vivere in modo più umano.

Forse, ci siamo spinti lontano da questo atteggiamento di fede, verso una condizione in cui ognuno vive per se stesso, cercando di raggiungere il maggior successo possibile, secondo il proprio sistema mentale, non preoccupandosi se per giunta calpesta i diritti degli altri. Un sistema mentale egoista può portare all’avidità e allo sfruttamento, e la stessa base della coesistenza può essere distrutta.

Esaminiamo la situazione da un punto di vista più filosofico e sistematico:

1.Nonostante il fatto che oggi, come non mai in passato, ci rendiamo conto di essere collegati ad un comune destino, che dobbiamo costruire insieme se si vuole evitare una catastrofe generale, il valore della tolleranza verso “l’altro”, il valore di vivere e lavorare insieme sembrano essere sotto attacco in ogni parte del globo.  Per esempio, sebbene l’etnocentrismo non sia una cosa nuova, questo sembra essere diventato ragione  di conflitto sempre più negli ultimi tempi.  Simultaneamente, si sono intensificati movimenti nazionalistici in tutto il mondo. A intensificare il problema vi è il fenomeno della “globalizzazione che ha portato genti di diverse culture e credi religiosi a stretto contatto e persino in competizione gli uni con gli altri. Tutte queste realtà alla fine sfociano nel conflitto dal momento che alcuni popoli immaginano di venir ingannati o sfruttati; mentre altri pensano che le loro culture o identità siano sotto attacco.”  In effetti, nel mondo d’oggi la diversità all’interno delle nazioni è più la regola che l’eccezione e la maggior parte delle nazioni oggi stanno affrontando significative difficoltà nel rispondere a conflitti tra i gruppi culturali, religiosi, linguistici, etnici, e politici presenti all’interno delle loro società. Inoltre, molte di queste differenze si esprimono attualmente a livello globale e portano, di conseguenza, ad un mondo sempre più governato dall’insicurezza e dalla paura.  

2.È alla luce di questo scenario che proponiamo la coesistenza, così come è stata complessivamente definita,  come mezzo efficace ed appropriato per incoraggiare maggiormente l’unità e la solidarietà nella società per il bene di tutti, dal momento che la si è potuta definire come la condizione in cui due o più gruppi vivono insieme, rispettando le loro differenze e risolvendo i loro conflitti in maniera non violenta.  Al cuore della coesistenza, perciò, è “la coscienza che gli individui e i gruppi differiscono sotto vari aspetti, tra cui la classe, l’etnia, la religione, il genere e l’inclinazione politica. In effetti, queste identità di gruppo possono essere la causa reale dei conflitti, o possono contribuire alle cause dei conflitti, o possono consolidarsi con lo sviluppo e la crescita dei conflitti. Una politica di coesistenza, perciò, tende a diminuire e infine ad eliminare questa eventualità.

3.Sebbene l’idea della coesistenza non sia nuova, il termine è divenuto d’uso comune durante la Guerra Fredda con la politica di 'coesistenza pacifica’ usata nel contesto delle relazioni tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. All’inizio, è stata una copertura per l’aggressione, ma dopo si è sviluppata come strumento per riconsiderare le relazioni tra le due potenze. Nei tardi anni ‘80, la politica della coesistenza pacifica includeva principi come "la non aggressione, il rispetto per la sovranità, l’indipendenza nazionale, e la non interferenza negli affari interni."  Durante molta parte del XX secolo, il termine coesistenza fu usato nelle relazioni internazionali e nelle discipline politologiche riferendosi a relazioni pacifiche ma limitate tra Stati. 

4.Comunque, dall’interpretazione iniziale della coesistenza in senso negativo e restrittivo, enfatizzando la non aggressione e la non interferenza, incominciò gradualmente ad emergere una nuova definizione di coesistenza, incentrata sul bisogno di gestire positivamente le relazioni tra i gruppi e la crescente differenziazione all’interno delle comunità e delle nazioni. Di conseguenza, verso la fine del XX secolo, cominciò ad emergere una nuova e più ampia definizione di coesistenza, che rispondeva a questa nuova realtà. Nel 2002, Oxfam Great Britain  definì la coesistenza come “il riconoscimento reciproco del proprio status e dei propri diritti in quanto esseri umani, lo sviluppo di una visione giusta e inclusiva per il futuro di ogni comunità, e la realizzazione di uno sviluppo economico, sociale, culturale o politico che oltrepassi le precedenti divisioni comunitarie.”

5.Di conseguenza, piuttosto che percepire la diversità come un handicap, la coesistenza ci sfida ad abbracciarla per il suo potenziale positivo. Ne segue quindi che, perché le relazioni tra differenti gruppi etnici, religiosi o sociali siano positive e sostenibili, è necessario che si persegua attivamente l’eguaglianza, sia sviluppata l’interdipendenza ed infine si comprendano e si realizzino insieme delle soluzioni per rigenerare la società.  Naturalmente la coesistenza implicherebbe che le relazioni si fondino sul mutuo rispetto e fiducia. Considerate, per esempio, che delle 194 nazioni del mondo  “quasi tutte sono etnicamente e culturalmente eterogenee. La struttura di questo pluralismo varia considerevolmente in termini di numero di Comunità etniche, della loro rispettiva dimensione, della profondità delle loro differenze e somiglianze, e delle loro storie di relazioni inter-comunitarie.” Al loro interno ci sono circa 4.000 entità etno-culturali. Mentre meno di un terzo hanno maggioranze etniche, alcune nazioni, come l’India e la Nigeria, posseggono ognuna più di un centinaio di tali gruppi. Il 40% di loro hanno cinque o più di tali gruppi; mentre alcune altre, come il Belgio, le Fiji, la Guyana, l’Irlanda del Nord, e Trinidad e Tobago, sono divise in due gruppi etnici. Questa è certamente una ricca diversità, piena di promesse e possibilità, eppure, paradossalmente, presenta anche alcune delle più comuni e difficili sfide che oggi gli Stati si trovano ad affrontare. I governi continuano ad affannarsi intorno alle questioni legate alla coesistenza, come: le dimensioni della cittadinanza; disegni costituzionali e politici che riflettano la diversità all’interno dei confini nazionali; i diritti linguistici e delle minoranze; le politiche sulle questioni dell’uguaglianza e della cultura; la partecipazione democratica al governo. Inoltre, nel mondo dopo l’11 settembre, tensioni tra ciò che alcuni vedono prospettano come domande di sicurezza degli Stati, configgenti con i diritti civili delle minoranze, hanno portato a gravi minacce verso questi ultimi, ed a sfide legali, costituzionali, e sociali senza precedenti per alcuni [stati] come gli Stati Uniti, il Canada, e i Paesi europei.  Le risposte a questa sfida della coesistenza, in effetti, decideranno se il mondo avrà stabilità politica e sicurezza o meno nei prossimi decenni. Perciò la nostra abilità e la nostra disponibilità ad impegnarci in tale lavoro può significare la differenza tra un futuro di armonia sociale, ed uno di endemico scontento sociale, evidenziato da un crescente numero di guerre, civili e globali.

6.In pratica, perciò, la coesistenza includerebbe un’intera gamma di iniziative necessarie ad assicurare che le comunità e le società possano vivere insieme in pace ed armonia. Tra queste, la prevenzione e la gestione dei conflitti, un lavoro di trasformazione durante e dopo i conflitti, la percezione dei conflitti, la costruzione della pace (peace-building), la riconciliazione, un lavoro multiculturale e per il pluralismo. Inoltre, molti tipi di attività o di strategie potrebbero anche rivestire la natura di “lavoro per la coesistenza.” Queste includerebbero: la mediazione o la riconciliazione dei conflitti, programmi di incontro e dialogo dei gruppi, patrocinio per quanto riguarda le istanze dei diritti etnici, culturali e dell’immigrazione, ricerche correlate alla coesistenza, e lo sviluppo di una politica sensibile alla coesistenza a livello locale, nazionale, regionale o internazionale. Quindi la pratica della coesistenza e le attività della politica dovrebbero emergere da iniziative prese dai governi e dalle istituzioni governative, dalle organizzazioni intergovernative, dalle ONG, dalle organizzazioni e dalle fondazioni di comunità, così come dalle istituzioni economiche, lavorative, culturali, sociali e religiose .

7.Molte istituzioni inoltre affermano che un approccio complementare contribuirà in maniera ancora più efficace a consolidare società pacifiche, giuste e sostenibili. Altri termini utilizzati come sinonimi di “approccio complementare” sono ‘approccio olistico’, ‘approccio integrato’, o ‘meta-approccio’. Ciò che sottolineano questi termini è che raggiungere una coesistenza sostenibile in società divise richiede sforzi complementari in importanti settori. Per esempio, aumentare i collegamenti tra coesistenza e settori correlati come lo sviluppo, l’educazione, l’ambiente, la governance, i diritti umani, la sicurezza, le arti, ecc., contribuirà a quel mondo pacifico, giusto e sostenibile a cui aspirano tutti questi ambiti. Mentre questo sistema di pensiero non ha bisogno che tutti gli operatori e i politici utilizzino le stesse tattiche o condividano le stesse prospettive; esso pone le condizioni per un’accresciuta consapevolezza degli elementi prospettici, conoscitivi e strategici necessari a raggiungere delle relazioni armoniose e corrette tra diversi gruppi all’interno della società. In termini concreti, ciò significa assicurare che le agenzie che operano in questi ambiti utilizzino un’`ottica della coesistenza’ attraverso cui vedere e valutare le proprie politiche, oltre che, ad esempio, un’ottica “di genere” o “ambientale”. Senza una simile ottica, il loro lavoro sullo sviluppo, sulla sicurezza, o sull’istruzione, ecc., può forse dividere, piuttosto che connettere le comunità! Inoltre, dato che nessun singolo individuo o istituzione è in grado di guidare il cambiamento a tutti i livelli, c’è bisogno di una grande varietà di agenti coinvolti sia localmente che a livello internazionale in ruoli complementari.

8.La “coesistenza delle religioni è un’altra sfida fondamentale per le nazioni europee, e in tutte le nazioni del mondo”, così ha affermato Jonas Gahr Støre, il Ministro degli Affari Esteri, al VII Forum Economico Annuale Nord Sud Europa (ANSEEF) di Oslo, il 28 settembre 2006.  Tuttavia, ricordava ai partecipanti che sfortunatamente gli aspetti positivi della coesistenza, il mutuo e fruttuoso arricchimento della società che continua a realizzarsi attraverso le linee di divisione religiose ed etniche, purtroppo molto raramente raggiungono i titoli dei giornali, sebbene accadano ogni giorno! I media generalmente mostrano gli incidenti causati dalle tensioni, dall’intolleranza, dalla discriminazione e dalla violenza, che sono altrettanto reali e hanno bisogno di essere gestiti. Ha anche dichiarato che molti uomini politici e ricercatori del XX secolo hanno immaginato che la modernizzazione e la globalizzazione avrebbero causato l’annullamento della religione, e una società sempre più secolarizzata. Tuttavia, ciò non è accaduto e paradossalmente noi ci rendiamo conto oggi di un crescente interesse e coinvolgimento nella religione.  Osserviamo anche che la religione sta diventando sempre più importante nella sfera politica. E qualche volta dei politici scaltri hanno manipolato la religione per perseguire i loro fini politici.

9.Tuttavia, in pratica, non sono le religioni ad incontrarsi, piuttosto sono le persone con una fede e un impegno ispirato da una religione ad incontrarsi. Tutte le religioni sono, di fatto, potenziali portatrici di pace e di riconciliazione. E così abbiamo bisogno di trovare dei modi creativi di utilizzare questo potenziale. Allo stesso tempo, ci rendiamo anche conto che siamo noi, esseri umani, ad avere perso punti di riferimento ed ancoraggi religiosi, tanto da divenire responsabili della diffusione dell’odio, della paura e della violenza attraverso l’intolleranza, l’esclusione degli altri, la discriminazione e il pregiudizio. Per esempio, nel contesto della tensione in Medio Oriente abbiamo bisogno di sottolineare più chiaramente che le politiche di Israele e la religione ebraica sono due cose separate. Gli ebrei che vivono nel mondo non debbono essere considerati responsabili della situazione del Medio Oriente. Ugualmente, non possiamo considerare i musulmani responsabili delle azioni compiute dagli Islamisti radicali. L’antisemitismo e l’islamofobia sono due facce dell’intolleranza che la nostra società democratica deve combattere sino alla scomparsa. È un compito ricco di sfide accrescere la consapevolezza di questa complessa e sfaccettata questione, e trovare i modi per impegnare la gente in discussioni ragionate.

10.Il papa Benedetto XVI nel suo messaggio per la Giornata Mondiale per la Pace (2011)  ha osservato che in un mondo globalizzato segnato da società sempre più multietniche e multireligiose, (le grandi) religioni possono costituire un importante fattore di unità e di pace per la famiglia umana. Sulla base delle loro convinzioni religiose e della loro ragionata ricerca del bene comune, i loro seguaci sono chiamati a dare espressione responsabile al proprio impegno, in un contesto di libertà religiosa. Il papa Benedetto XVI afferma categoricamente il significativo ruolo che la religione gioca nella società e il positivo contributo che può dare per costruire cultura. Egli dichiara: “Il contributo delle Comunità religiose alla società è innegabile. Numerose istituzioni culturali e di carità testimoniano del costruttivo ruolo giocato dai credenti nella vita della società. Ancor più importante è il contributo etico della religione nella sfera politica. La religione, perciò, non dovrebbe essere marginalizzata o proibita, ma vista come un effettivo contributo alla promozione del bene comune. In questo contesto si dovrebbe menzionare la dimensione religiosa della cultura, costruita per secoli grazie ai contributi sociali e specialmente etici della religione. Questa dimensione non è in alcun modo discriminatoria nei confronti di coloro che non condividono il suo credo, ma al contrario rafforza la coesione sociale, l’integrazione e la solidarietà.”   E così un “codice etico comune” è ciò di cui abbiamo bisogno adesso. Questo consisterebbe in norme basate non meramente sul consenso, ma radicate nella legge naturale iscritta dal Creatore nella coscienza di ogni essere umano (cfr. Rom 2:14-15). In modo pertinente, il Santo Padre chiede: “Ognuno di noi non percepisce forse all’interno della sua coscienza una chiamata a dare un personale contributo al bene comune e alla pace nella società?”

11.Nel 2004, in occasione del suo messaggio per la Giornata Mondiale per la Pace, il papa Giovanni Paolo II, nel contesto della nuova minaccia del terrorismo,  dichiarò che il flagello del terrorismo è cresciuto più violento negli ultimi anni, producendo massacri brutali, come anche ponendo ostacoli sulla via del dialogo e dei negoziati. Pur ammettendo l’uso di misure punitive per risolvere la situazione, il Santo Padre immediatamente aggiunse anche che questi sforzi necessitano di essere accompagnati da un’analisi coraggiosa e lucida della ragione che sta dietro agli attacchi terroristici. Di conseguenza, sia a livello educativo che a quello politico, abbiamo bisogno di riconoscere ed eliminare le cause soggiacenti e le condizioni di ingiustizia che portano la gente ad azioni più disperate e violente. Ciò implica anche che noi dobbiamo cercare di infondere nella gente un profondo rispetto della vita umana. È precisamente nel generare i prerequisiti della pace, cioè, la giustizia e il perdono (e altri valori correlati) nei cuori della gente che le religioni possono contribuire ad una cultura di pace.  Richiamiamo le profonde parole del papa Giovanni Paolo II che, nel suo messaggio della Giornata Mondiale per la Pace del 2002, parlando della necessità di stabilire una pace duratura nel mondo, dichiarava “che la giustizia deve essere accompagnata e completata dall’amore. Davvero, non ci può essere una vera pace ed armonia senza il perdono. Uno spirito incline al perdono ha la capacità di sanare e ricostruire le relazioni umane in difficoltà a partire dalle loro radici. Incidentalmente, il perdono non si oppone in alcun modo alla giustizia; è piuttosto il completamento della giustizia, e infine porta alla guarigione delle ferite che possono infettare i nostri cuori. Quindi, sia la giustizia che il perdono sono essenziali per una completa guarigione”.

12.Promuovere una coesistenza positiva tra le nazioni e tra i popoli è quindi una grande sfida per il XXI secolo.  Fortunatamente ci sono movimenti, sia all’interno della società che della religione, che hanno iniziato ad affrontare queste istanze, sia a livello internazionale che nazionale e anche locale. In effetti, questa esperienza di coesistenza dalla base ci renderà capaci di costruire un approccio sfaccettato per rispondere a tutte le istanze sollevate dalla società.

13.Riassumiamo il nostro discorso con le parole profetiche e ispirate del papa Giovanni Paolo II proferite più di dieci anni fa. Egli dichiarava che “il dialogo tra le culture, mezzo privilegiato per costruire una `civiltà dell’amore’, è basato sul riconoscimento che ci sono valori che sono comuni a tutte le culture, perché sono radicati nella natura della persona. Questi valori esprimono i tratti più autentici e distintivi dell’umanità. Lasciando da parte i pregiudizi ideologici e gli interessi egoistici, è necessario sviluppare nelle persone la consapevolezza di questi valori condivisi, per nutrire quell’"humus" culturale intrinsecamente universale, utile per un dialogo fruttuoso e costruttivo. Anche le diverse religioni possono e dovrebbero contribuire in maniera decisiva a questo processo.”

Prima di finire, vorrei farvi un esempio dalla mia stessa nazione e dalla mia stessa città.

Vengo dall’India, un mosaico di diverse religioni, culture, e lingue. Da est a ovest e da nord a sud in questa nazione di più di un miliardo di abitanti, ci si potrebbe chiedere se si sta viaggiando sempre nella stessa nazione.  Pure c’è un’”indianità” tra noi.  Noi ci sentiamo tutti indiani.  Noi siamo parte di una grande nazione composita nonostante le nostre differenze, e noi lavoriamo tutti per il progresso di questa nazione.  Ci sono delle differenze e persino delle difficoltà tra gruppi appartenenti a diverse religioni, ma, grazie a Dio, ciò sembra sulla via del declino.  Siamo giunti a capire la necessità, meglio l’inevitabilità di una coesistenza armoniosa.

Nella mia città di Mumbai - è una città di più di 16 milioni di abitanti, ufficialmente; alcuni dicono 19 milioni in realtà - ogni giorno circa duecento immigrati arrivano in città alla ricerca di lavoro e di opportunità e ne fanno la loro dimora.  È quindi diventato un posto in cui coesistono persone di diversi background, religioni, lingue e condizioni.  Abbiamo avuto ciò che chiamerei dei “momenti di impazzimento” nella nostra città, quando sono avvenuti alcuni atti molto seri di violenza su base religiosa. Ma stiamo iniziando a risalire dal baratro, ed a sentirci come un’unica grande famiglia. Sicuramente, non è la miglior città del mondo; le strade sono in cattive condizioni, il traffico è impossibile, i servizi non sono tra i migliori per gli standard occidentali, eppure in mezzo a tutto ciò siamo felici di essere lì.  Nessun Mumbaikar (nativo di Mumbai) se ne vorrebbe andare per vivere altrove a lungo.  Ne abbiamo imparato il valore o è la necessità il coesistere felicemente.  Da bambino, sono cresciuto con un vicino indù, un altro musulmano e un terzo cristiano.  Noi siamo cresciuti assieme, abbiamo studiato assieme, abbiamo giocato assieme e abbiamo litigato tra noi. Abbiamo scoperto la gioia di coesistere. Non c’era bisogno di discussioni sulla questione della coesistenza.  L’abbiamo semplicemente data per acquisita. Grazie a Dio per questo.  E grazie di avermi ascoltato.