Condividi su

Andrea Riccardi

Storico, fondatore della Comunità di Sant’Egidio
 biografia

Quale futuro per i cristiani in Medio Oriente? E' la domanda che ci poniamo in un momento drammatico per le comunità cristiane in Medio Oriente: la regione sta attraversando mesi terribili. Ieri abbiamo ascoltato alcune vivide testimonianze. Se è vero che c'è un conflitto durissimo tra musulmani (tra sunniti e sciiti, o tra sunniti di varie posizioni), esiste però una condizione particolare dei cristiani in Medio Oriente, da considerare come tale. Lo hanno detto i leader cristiani mediorientali da tempo: sta avvenendo uno sconvolgimento!

Tante volte, nella loro storia bimillenaria, i popoli cristiani d’Oriente hanno subito violenze, rischiando la loro esistenza. Ma questa volta si assiste a una drammatica pulizia etnica in intere regioni, che forse non ha paragoni nella storia e rappresenta quasi la fine di una storia. Vorrei ricordare, salutando Sua Beatitudine Chrisostomos, la dolorosa situazione di Cipro occupata.

Significativamente ricorre in questi giorni un centenario: la strage degli armeni e dei cristiani, cominciata il 24 aprile 1915, un disegno di pulizia etnica nazionalista che si servì del fanatismo religioso per distruggere crudelmente più di un milione e mezzo di armeni e di cristiani nell'impero ottomano. E’ Metz Yeghern, il Grande Male, degli armeni. Ma –per i siriaci o i caldei, troppo a lungo dimenticati- è Seyfo, il tempo della spada. Scomparve un mondo di convivenza (difficile ma reale) tra musulmani e cristiani nell'attuale Turchia, mentre Siria, Libano, Iraq e altri paesi divennero rifugio per i cristiani. Oggi –a cent’anni da quella storia- sembra che un ciclo si stia concludendo con esodi e stragi proprio da quelle terre. Qualcuno parla di un genocidio delle minoranze in Medio Oriente. E’ certo un martirio per tanti, costretti a lasciare le loro case o che perdono la vita per il fatto che sono cristiani.
Si badi bene: il martirio non è di chi cerca la morte o si dà la morte per uccidere gli altri. Il martirio è quello di chi –pur volendo vivere- non rinuncia alla propria fede e identità. E per questo viene eliminato. Resta una domanda senza risposta ragionevole: perché? Perché sono contro di loro? I cristiani sono miti, inoffensivi, laboriosi, abituati a vivere pacificamente con gli altri di diversa religione. Forse proprio questa realtà così pacifica risulta intollerabile per il totalitarismo islamico, che vuole costruire uno Stato musulmano integrale e oppressivo. Resta inquietante e senza giusta risposta la domanda: perché questi cristiani pacifici sono perseguitati? Questa domanda è, allo stesso tempo, un atto d’accusa e un grido di dolore contro la persecuzione insensata e implacabile.

Anche perché, nella lunga storia del mondo arabo, le minoranze cristiane hanno rappresentato una realtà di apertura e una garanzia di pluralismo, radicate in storie tanto antiche che risalgono a prima dell'islam. Nell’ecologia politica e sociale del mondo musulmano, anche in presenza di regimi chiusi, esse sono state un argine di fronte alle pulsioni totalitarie dell’islam. La loro eliminazione rappresenta un suicidio del pluralismo, che sarà pagato a caro prezzo dai musulmani stessi, specie dalle minoranze islamiche considerate eterodosse, gli sciiti, le donne, i giovani più globalizzati, i più laici. Sì, un suicidio, perché i cristiani hanno sempre dato un contributo importante alle età migliori delle società arabe, non fosse la rinascita, la Nahda.
Un mondo sta scomparendo: è un dramma per i cristiani, un vuoto per le società musulmane, una perdita per l’equilibrio del Mediterraneo e per la civiltà. Avete vissuto la vicenda dolorosissima della Piana di Ninive, bimillenaria terra cristiana da cui sono stati sradicati i cristiani, in larga parte rifugiati in Kurdistan. C'è poi la vicenda della Siria, dilaniata da quattro anni di violenza e guerra. Aleppo, per cui abbiamo lanciato un appello fatto proprio dall'inviato dell'ONU ma –purtroppo senza significativi riscontri-, sta morendo in un cerchio di fuoco. Aleppo, patrimonio dell'UNESCO, crocevia secolare di convivenza e di scambi, si spegne sotto i bombardamenti, mentre chi può fugge. Era un luogo di convivenza, che ricordo con nostalgia e dolore per la sua vita dolce e tollerante. La guerra in Siria dura quasi come la prima guerra mondiale e produce un incredibile numero di profughi, che soffocano il Libano (1.500.000 su tre milioni di abitanti).

La domanda sul futuro dei cristiani in Medio Oriente si connette necessariamente con un quadro regionale di diffusa violenza e insicurezza per tutti, specie i gruppi minoritari. Che si può fare per i cristiani in questo quadro simile? Per una risposta efficace -ci sembra lo scopo di questo convegno- è necessario ascoltare le voci dei cristiani d'Oriente. Che pensano i cristiani d'Oriente riguardo al loro futuro? In questa prospettiva ringrazio il ministro italiano degli affari esteri e della cooperazione internazionale, Paolo Gentiloni, per la sua presenza a questo incontro. Come ringrazio mons. Paul Richard Gallagher, segretario per i rapporti con gli Stati, da parte della Santa Sede, e degli altri rappresentanti dei ministeri degli esteri.

La maggioranza dei cristiani orientali – lo ha detto ieri monsignor Kawak – ha sempre pensato che, nei paesi arabi, le primavere portassero a conseguenze negative per la loro sicurezza, considerando garanzie migliori la persistenza dei regimi autoritari: per sopravvivere – ha aggiunto il patriarca Aphrem. Fin dal 2003, ha considerato la guerra all'Iraq un errore dirompente per quel paese. Una distanza di percezione tra i cristiani d’Oriente da una parte, l’Europa e l’Occidente dall’altra è evidente: non una divaricazione. L’Occidente, pur nelle sua articolazioni, ha la chiara consapevolezza che l’instabilità mediorientale apre gravi falle nell’equilibrio mediterraneo: pace e stabilità, il contagio terroristico, sono sue preoccupazioni. La Russia è una realtà rilevante in questo quadro, ed è parte della soluzione. Cari amici, per i problemi complessi, non ci sono soluzioni semplici.

Il tema quindi è: che succede all’islam e come reagire? Assistiamo a un conflitto mortale per la supremazia e la leadership nel mondo sunnita tra Turchia, Arabia Saudita ed Egitto. A ciò si aggiunge la sfida dell’islam sciita alla maggioranza sunnita. In questo contesto vengono schiacciate tutte le minoranze e si è creata un’area di instabilità gravissima. Si tratta di una situazione non nuova nella storia dell’islam: il caos, la fitna. Sappiamo quante guerre hanno diviso i musulmani, almeno fino all’avvento degli Ottomani. Tra gli stessi terroristi jihadisti c’è conflitto: come tra al Nusra (al Qaeda) e l’Isis e tant'altro.
Chiunque vinca quella guerra (e non prevedo che la vinca alcuno), ne emergerà un mostro in mezzo alle macerie… I musulmani devono essere richiamati a diverse responsabilità. Bisogna parlare con loro il più possibile: con tutte le istanze. Devono essere coscienti che farsi la guerra coinvolge altri, coinvolge tutti, anche molto lontano. L’odio tra sciiti e sunniti e l’avversione all’interno dell’islam sunnita, sta deturpando il volto dell’islam secolare. Non possono pensare di prendere in ostaggio il mondo per le loro divisioni. Devono sapere che la loro reputazione cala nel mondo: c’è paura dell’islam ormai, di cui si teme la portata distruttiva, come ha detto anche il presidente Al Sisi.

Sappiamo che il popolo dell’islam soffre, desidera la pace ma la sua voce è coperta dai fautori dell’odio. Solo se la crisi tra musulmani troverà soluzione (o almeno tregua), solo allora potremo salvare la cristianità in Oriente e la stabilità nell’area, potremo avere meno rifugiati (che tanto ossessionano la politica europea) e fermare i foreign fighters. Non c’è una soluzione semplice per ciò che è complesso. Nessuno ha la bacchetta magica.
Resta la domanda sulle emergenze: cosa fare per i cristiani rifugiati in Kurdistan e negli altri paesi, tra cui la Turchia. Il recente meeting del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dedicato alle minoranze, il 27 marzo 2015, sotto impulso della Francia, è stato un importante segnale di attenzione, quando ha affermato che è una priorità il ritorno dei rifugiati nelle loro case. C'è qui l’angosciosa domanda rivolta ai leader cristiani dalle loro comunità e non da oggi: c’è un futuro nelle nostre terre o si deve emigrare? Ci vuole una riflessione a lungo termine sul futuro della regione e sullo spazio dei cristiani nell'area. Occorre trovare dei porti sicuri, dei safe haven per resistere, come sostengo da anni (e qui si è troppo avuto paura di costruire ghetti). E’ il compito della politica: negoziare con chi può e chi vuole per il futuro della cristianità in quelle terre, chiedere agli Stati (come l’Iraq) di garantire la sicurezza dei cittadini cristiani.

Il tema deve diventare parte dell’azione dei governi. Anche se non si tratta di rinverdire la protezione dei cristiani che ha fatto tanti danni. Creare delle zone di tregua in Siria, come Aleppo (per l’ONU la proposta è ancora sul tavolo). Aiutare specialmente il Libano (l’operazione Unifil voluta dall’Italia l’ha protetto, ma fino a quando?). C’è l’esigenza di rivedere la strategia in Siria. Occidente e l’Europa oggi non sono quelli ottocenteschi della protezione dei cristiani. Indubbiamente in Occidente è però cresciuta la sensibilità verso il dramma dei cristiani d’Oriente. In Oriente, si è creata una grande unità tra cristiani. Ma – mi chiedo – non è oggi necessario che, proprio in questa emergenza si trovi un modo di realizzare più incisivi interventi umanitari? Insomma il coraggio di azioni unitarie nel mondo globalizzato. L’unità (fra loro e con tutte le Chiese nel mondo) è la forza dei cristiani, in questa drammatica situazione di debolezza. Nella difficile situazione attuale, la speranza si coniuga con il realismo. La speranza viene da Dio – lo sappiamo. Non dall’Occidente. Ma questa speranza maturerà nuove condizioni di rapporti in Medio Oriente. Presto, sì, spero presto!