Compartir En

Sohan Lal Gandhi

Jainismo, “Anuvrat international”, India
 biografía

Nel giainismo la non violenza è considerata il dovere più elevato di ciascuno (ahimsa parmo dharma). Si tratta di un’affermazione spesso riportata sui templi giainisti. Ahimsa è il valore in riferimento a cui vengono giudicate tutte le azioni. In tal modo si intende prevenire l’accumularsi di un karma nocivo e promuovere la coesistenza pacifica di tutti gli esseri viventi sul pianeta.

Non uccidere alcun innocente essere vivente è obbligatorio per i laici che osservano i voti “minori” (anuvrata), ed essi si impegnano a ciò. I monaci debbono avere la massima attenzione nei confronti di ogni organismo vivente. Avere attenzione significa astenersi dal danneggiare e dal recare ingiuria ad altri, sia consapevolmente che inconsapevolmente. Significa anche che essi non debbono mai incitare alcuno ad uccidere altri, né approvare azioni assassine cui si siano abbandonati altri esseri viventi. Le entità sensibili alle quali un monaco non deve nuocere comprendono tutti gli esseri umani, gli animali, gli insetti, le piante, la terra e il fuoco, così come l’aria. Chi crea ostacoli all’ascesa spirituale di un’altra jiva (anima racchiusa in un corpo) accresce il proprio karma negativo e ritarda la propria liberazione dal ciclo delle reincarnazioni.

In teoria e in prospettiva ideale, tutte le forme di vita sono dichiarate meritevoli di piena protezione contro ogni tipo di danno, ma in pratica questo ideale non può essere completamente realizzato. Per sopravvivere dobbiamo compiere una scelta. Riconosciamo una gerarchia nelle forme di vita, che va dall’immobilità alla mobilità e dallo sviluppo di uno a quello di cinque sensi. Più sviluppati sono i sensi, più una forma di vita può essere sensibile al dolore. Piuttosto che mangiare la carne e il sangue di animali, uccelli o mammiferi che hanno sviluppato tutti i cinque sensi ed il cui cervello, sistema nervoso e vita emotiva sono così simili ai nostri, noi dovremo sostentare i nostri corpi con l’aiuto del regno vegetale, privo di sangue e che non ha ancora sviluppato i sensi del gusto, dell’olfatto, della vista, dell’udito.

La maggior parte dei vegetali vengono raccolti al termine del loro ciclo vitale naturale. Molti di essi possono essere colti dagli alberi senza sradicare l’intera pianta. La frutta, le noci, i legumi, le verdure, e così via, possono essere colti senza sradicare l’intera pianta. Nondimeno, noi siamo umilmente consapevoli che proprio il frutto, la foglia o il chicco che troviamo nel nostro piatto ha dovuto perder la propria vita per darci vita. Senza le piante, cui siamo inesorabilmente legati, non riusciremmo a sopravvivere né, di conseguenza, a progredire.

Possiamo constatare come le jivas che posseggono da due a cinque sensi siano dominate dalla paura, dalla disperazione, siano intensamente affezionate alla propria vita ed in lotta per la sopravvivenza; al vederle agitarsi e dibattersi per salvare la propria vita, abbandoniamo ogni ipotesi di farci causa attiva della loro agonia, del loro dolore, così come ogni ipotesi di molestarle, ogni insensibilità, od ogni idea di sfruttarle od ucciderle.

È per questo che i monaci giainisti recitano la seguente preghiera di ringraziamento prima dei loro pasti quotidiani:

aho Jinehim asavvajja vittisahuna desiya
mukkha sahana heoosa sahu dehassa dharana

“O Jinas (una jina è un essere onnisciente che ha vinto il proprio ego)! Che magnifico insegnamento ci avete dato! Ci avete insegnato a prender solo quel cibo che è innocente, benigno e salubre, perché è stato ottenuto senza spargimento di sangue. Ci avete insegnato il perché mangiamo per sostenere il corpo” – fondamentalmente per una ragione, cioè per imparare a conoscere la nostra vita e pervenire alla liberazione finale. Con questo sentimento di riconoscenza, noi mangiamo con rispetto e frugalità, senza prendere più del necessario. E diciamo, come facevano i Nativi Americani:

“Care piante, un giorno i nostri corpi torneranno a voi, per divenire cibo a sostentamento delle vostre radici”.

    Nella pratica dell’ahimsa, quanto è richiesto ai laici che si sono impegnati ad osservare gli anuvrata (voti “minori”) è meno esigente rispetto a ciò a cui i voti impegnano monaci e monache. Ma questo è solo un aspetto fisico e superficiale del concetto di ahimsa, che possiede invece un significato più profondo e sottile. La nonviolenza fisica viene osservata essenzialmente per vivere e consentire agli altri di vivere. L’autentica ahimsa    richiede l’innalzamento della pietà al livello della simpatia e della compassione. Bisogna essere sensibili al dolore e alla miseria altrui che provengano da cause esterne. Bisogna disfarsi dei sentimenti di ira, arroganza, animosità, avidità, falsità, gelosia ed ostilità, che generano istinti violenti.

    Nella vita ci sono esperienze piacevoli ed altre dolorose; ad esse noi reagiamo con l’amore e l’odio, il piacere e il dispiacere, e così via. Quando il risultato dei cambiamenti che vogliamo apportare non incontra le nostre aspettative, tendiamo a diventare violenti. Non c’è nulla di sbagliato nel tentativo di apportare dei cambiamenti, purché lo facciamo pacificamente, senza danneggiare altri ed essendo disposti ad accettare i risultati per quello che sono.

Ecco un esempio di nonviolenza tratto dalla vita di  Mahavira – il 24° Tirthankar della religione giainista, che era contemporaneo di Buddha. Nell’undicesimo anno del cammino spirituale di Mahavira, un dio di nome Sangama venne a sapere, in virtù della propria chiaroveggenza, che, in una delle sue vite precedenti, la jiva (l’anima) di Mahavira gli aveva procurato un grande male. Per compiere su di lui la propria vendetta, egli suscitò calamità naturali come piogge torrenziali, tuoni, fulmini, incendi nella giungla. Egli suscitò anche animali feroci che attaccarono Mahavira, ma Mahavira rimase sereno e calmo nonostante l’enorme dolore causatogli. Egli sopportò i tormenti della sofferenza con un sentimento di rassegnazione, libero da ogni malanimo. Si mantenne, saldo come una roccia, nella kayotsarg (posizione di meditazione). Non venne meno, né provò alcun sentimento negativo verso Sangama. Finalmente, al mattino, quando Sangama era quasi esausto, vide delle lacrime negli occhi di Mahavira. Pensò di essere finalmente riuscito a sconfiggere Mahavira. Ma Mahavira poteva leggere nella sua mente e così gli disse: “Sangama, queste lacrime non sono causate dal mio dolore o dalla mia sconfitta. Sono sgorgate per la compassione per il karma terribilmente negativo che ti sei procurato causandomi dolore. Questo karma ti provocherà grande sofferenza”. Tale era l’innata compassione di Mahavira, anche per coloro che gli recavano offesa. Di Mahavira, Gandhi scrisse:

“Affermo con convinzione che l’insegnamento per cui il nome di Mahavira è oggi onorato è l’insegnamento dell’ahimsa (non violenza). Se c’è stato qualcuno che ha praticato l’insegnamento dell’ahimsa nelle sue più ampie implicazioni e ne ha propagato massimamente la dottrina, questi è stato Mahavira”.

Il Mahatma Gandhi fu profondamente influenzato dalla filosofia giainista. Ne aveva appreso moltissimo da Shrimad Rajchandra, un maestro spirituale. Aveva sviluppato la capacità di reagire positivamente alle malvagità altrui. Quando tornò in Sudafrica, dovette sopportare terribili angosce, a causa dei bianchi di Durban. Tuttavia egli sentiva che i bianchi si abbandonavano a tali angherie per un malinteso nei suoi confronti e pertanto rinunciò a qualsiasi ritorsione verso chi lo attaccava. In armonia con tale modo di pensare, egli sviluppò il movimento di disobbedienza civile e resistenza non violenta contro le leggi e le regole inique. Nel corso di tale movimento, egli fu attento a verificare che nessuna ingiuria venisse arrecata, neppure a chi gli si opponeva. Egli non volle ferire nessuno, neppure solo sul piano psicologico. In definitiva, questa concezione della resistenza non violenta fu allora così efficace che fu proprio essa ad ottenere l’indipendenza dell’India dal governo britannico.

Ogni violenza nasce da un processo mentale, che porta poi alla violenza verbale ed infine a quella fisica. Per ottenere la liberazione o per condurre una vita non violenta, bisogna prendere in considerazione la causa prima della violenza, cioè la violenza mentale. La violenza mentale prende piede a causa di quattro fondamentali stati emotivi distruttivi. Questi sono l’ira, l’orgoglio, la falsità e l’avidità. Dobbiamo quindi riconoscere questi quattro mali e lavorare su di essi. Sono questi stati emotivi distruttivi a causare la violenza nel mondo. La religione giainista ritiene che la liberazione dell’uomo dipenda dall’eliminazione di queste quattro fondamentali passioni.

•Dominando l’ira, l’anima acquisisce la virtù della clemenza
•Dominando l’orgoglio, l’anima guadagna l’umiltà
•Rinunciando alla falsità, l’anima acquista semplicità e rettitudine
•Dominando l’avidità, l’anima raggiunge la soddisfazione.

Per di più, l’ira rovina le buone relazioni, l’orgoglio distrugge l’umiltà, e la falsità è dannosa per l’amicizia, mentre l’avidità distrugge ogni cosa. La non violenza nasce nel momento in cui queste passioni si indeboliscono. Le persone spesso ci interrogano su come poter praticare la non violenza.

Le esortiamo ad impegnarsi con questi quattro voti “minori”:

•Sarò vegetariano o mi muoverò in tale direzione essendolo una volta alla settimana.
•Cercherò di digiunare di quando in quando, per una buona salute e per la pace interiore.
•Mi asterrò dalla violenza evitabile.
•Comincerò la mia giornata con yoga, meditazione, preghiera ed analizzerò i miei sentimenti e riconsidererò le mie azioni prima di andare a dormire.

Questi quattro voti “minori”, se fedelmente rispettati da persone di ogni ceto, possono creare un pacifico mondo di non violenza.

    Chi vuol seguire la strada dell’ahimsa, deve rendersi conto che la causa principale dello stress o dell’ansia che ci attanagliano è il mancato appagamento dei nostri desideri e delle nostre aspettative. Quando cresce l’attaccamento alle proprie opinioni ed ai possedimenti mondani, si fa ricorso alla violenza per difendere questi ultimi o per diffondere le prime. 

    Per liberarsi di ogni aspettativa od attaccamento, una persona ha bisogno di rendersi conto di esser compiuta in se stessa in quanto spirito. Se essa si prende in considerazione nella propria dimensione corporale, non riuscirà a rendersene conto. In alternativa, essa dovrebbe rendersi conto di trovarsi in una situazione migliore senza il possesso di quel bene o il conseguimento di quella condizione cui è rivolto il suo attaccamento.

La non violenza è un valore eterno per la vita umana. Senza di essa, una società od una nazione non possono reggersi. Essa pone l’accento sulla coesistenza pacifica, su un atteggiamento non assolutista verso altre opinioni ed altre persone e sul rispetto per tutte le fedi. Essa è la quintessenza dell’ahimsa.