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Walter Kasper

Cardinal, President Emeritus of the Pontifical Council for Christian Unity, Holy See
 biography
Ero un bambino quando è scoppiata la seconda guerra mondiale e nella mia giovane età ho sperimentato le conseguenze di un nazionalismo sfrenato e devastante. Più tardi, come giovane studente, il mio sogno era quello dei padri fondatori dell’Europa, quello dell’integrazione europea. Pertanto è per me motivo di grande dolore sentire che non solo si parla di crisi dell’Europa, ma vedere segni tangibili della sua frantumazione. Non sono pessimista e non parlo del tramonto dell’occidente (come fece cent’anni orsono Oswald Spengler sulla basi d’un determinismo storico). Però sono un realista, che vede la crisi, ma che sa che ogni crisi può essere l’inizio di un tramonto ma anche un kairòs, cioè l’occasione per un nuovo rinnovamento. 
 
Parlerò dapprima di tre dimensione della crisi, ben sapendo che ce ne sono anche molte altre, di cui non posso parlare nei dieci minuti concessimi. 
 
1. I padri fondatori d’Europa erano realistici intendevano fare dell’economia il motore di una integrazione sostenibile e irreversibile. Ma poi l`economia, che avrebbe dovuto essere mezzo e strumento dell’integrazione, ne è divenuta più o meno lo scopo e l’obiettivo; e come tale è divenuta la carica esplosiva nel processo di integrazione. Lo si vede soprattutto nell’area dell’euro.  Le economie nazionali nel Nord e nel Sud, nell’occidente e nell’oriente sono molto diverse. L’Europa finisce per essere una piazza di mercanteggiamenti, come fosse un bazar orientale. Per la maggioranza dei suoi cittadini l’Europa come istituzione è poco trasparente e poco affascinante, direi anzi che è ripugnante. L’Europa è divenuta una istituzione lontana, non un affare del popolo ma della élite. Alla costruzione europea manca un progetto o un pensiero al di là e oltre quello economico, le manca un collante morale e ideale, un  principio che possa affascinare e entusiasmare.  
 
2. Nella crisi del dopoguerra l’Europa fu fondata sull’eredità dei valori comuni, cioè di un umanesimo cristiano, forse già allora vago, ma un umanesimo cristiano che ha fatto la pace con la rivoluzione francese, cioè con l’umanesimo dell’illuminismo e il riconoscimento dei diritti umani universali. Dunque una idea globalizzante che accoglieva diverse tendenze ideologiche. Però sin dagli anni 60 siamo testimoni di una rapida secolarizzazione che talvolta tende perfino a negare alcune conquiste della modernità. In altre parole: l’Europa borghese è al tramonto, o non esiste più. Ma allora, su quale fondamento costruire l’Europa? C’è il famoso detto di Wolfgang Böckenförde che dice: “Lo stato democratico vive di presupposti, che esso stesso non può garantire. Però che cosa accade se il presupposto dell’umanesimo cristiano come collante d’Europa è indebolito - e in alcuni paesi è divenuto addirittura la convinzione di una minoranza – e se le Chiese che dovrebbero difenderlo sono divenute deboli e fiacche nel riproporlo? “
 
3. La conseguenza di quanto appena descritto è un abisso di un vuoto pericolosissimo, che porta non solo a ideologie pseudo religiose ma oggi soprattutto a un atteggiamento identitario, che cerca una nuova: identità, ma la cerca a scapito degli altri; non cerca integrazione e inclusione, ma l’esclusione (e speriamo non lo sterminio) degli altri. La conseguenza sono la xenofobia e un nuovo nazionalismo: America first, Italia first, Germania first, Polonia first, Ungheria first, e così via. Alla  fine dei conti: io first, cioè un individualismo, per cui il destino degli altri e il bene comune non contano più. La migrazione, che è un segno dei tempi a livello mondiale, o più concretamente: i migranti cadono in questo abisso. E ad esser sinceri, dobbiamo dire che oggi anche molti cristiani simpatizzano per i partiti di destra, o addirittura dell’ultradestra. Madeleine Albright (spero che non sia l’ultima politica statunitense ragionevole), ci avverte del pericolo di un nuovo fascismo. 
 
Questa è la sfida per il cristianesimo, perché nel cristianesimo è insita una opzione universale, che è contenuta già nella rivoluzione del primo capitolo della Genesi: Dio ha creato l’uomo - cioè ogni uomo - a sua immagine e somiglianza (Gen 1,26 s). Ogni uomo, senza riguardo della sua nazionalità, cultura, religione o sesso, ogni uomo ha una dignità inviolabile. Questo principio fondamentale del cristianesimo è in contraddizione inconciliabile con ogni razzismo e nazionalismo xenofobo.  
 
Però l’umanesimo cristiano non è un’ideologia astratta, non è un universalismo senza volto. La Bibbia conosce anche una teologia del popolo e della  pluralità dei popoli e delle loro culture. A prima vista quella diversità pare essere solo una conseguenza della dispersione dopo la costruzione della torre di Babele (Gn 11,7-9). Però, dato che Dio è fedele, lascia che tutte le genti seguano la loro strada (Atti 14,16), e Gesù ha mandato i suoi discepoli non  a una umanità amorfa ma a tutti i popoli (Mt 28,19).  
 
Pertanto sarà  decisivo per il futuro d’Europa riconciliare: unità/universalità e pluralità dei popoli e delle loro culture. In altre parole, si tratta di un equilibrio fra la sussidiarietà e la auto-responsabilità dei popoli d’un lato e d’altro lato la loro solidarietà inter-europea, cioè la prontezza a condividere e il superamento dell’egoismo nazionale e individuale. Non sarà cosa facile ma è cosa inevitabile se l’Europa vuole sopravvivere e essere anche nel futuro una zona e uno strumento di pace in un mondo divenuto anarchico. Se riusciremo, questa sarà una nuova fondazione d’Europa, se no - perché non c’è  una alternativa, o almeno io non la vedo - finiremo nel caos delle guerre economiche autodistruttive, che alcuni hanno già iniziato.  
 
Concludo: Da cristiani siamo uomini di speranza. Bisogna accettare la sfida della crisi  e provare a trasformarla nel  kairòs di un  nuovo inizio. 
 


Discorso di Walter Kasper
Discorso di Walter Kasper