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Antonio Ferrari

Editorialist of "Corriere della Sera", Italy
 biography
La sera dell’elezione di Karol Wojtyla, il primo Papa non italiano dopo 455 anni, ero colpito come tutti dalla novità. Il Corriere, nei mesi precedenti, visto lo stretto corridoio definito dal doppio Conclave, il primo dopo la morte di Paolo VI, il secondo dopo la scomparsa di Giovanni Paolo I, a meno di due mesi di distanza l’uno dall’altro, aveva deciso di preparare pagine speciali sui cardinali papabili. Anche e me era capitato di scriverne. Ovviamente scrissi dei perdenti. Ma nessuno, proprio nessuno, aveva immaginato che il nuovo pontefice sarebbe stato l’arcivescovo di Cracovia.
 
Quella sera il direttore del Corriere mi chiese di andare il giorno successivo a Torino, ai cancelli della Fiat. “Parla con gli operai. Questo Papa si è fatto i calli come loro”. Sapevo, ancor prima di poterlo testimoniare davanti ai cancelli, che Giovanni Paolo II era già il beniamino di quella che allora chiamavamo “classe operaia”.
 
Ero certo che quel polacco avesse la grinta per stupirci.  Consentitemi una nota presuntuosa e ingiustificata. Avendo qualche goccia di sangue polacco per via della madre di mia nonna, nata e cresciuta a Cracovia, provavo, osservando Wojtyla, il piacere di condividere il gusto della sfida e della provocazione.
 
Ricordo che feci una lunga chiacchierata, a Genova, con uno dei miei maestri, il direttore Michele Tito, a proposito del nuovo Papa. Mi invitò a una riflessione: “E’ in pieno corso la rivincita della religione. Negli Stati Uniti un pastore, Jimmy Carter, è alla Casa Bianca. E mentre il mondo cattolico risponde con la nomina del polacco Karol Wojtyla, sostenuto da uno dei più importanti consiglieri di Carter, il segretario del Consiglio di sicurezza nazionale Zbignew Brzezinski, anche lui polacco e cattolico, in Iran ci si prepara al ritorno in patria dell’ayatollah Komeini,  che la Francia ha ospitato per anni”.
 
E’ evidente che, parallelamente, vi era un’interessante coincidenza temporale. Wojtyla arriva nel momento in cui più forte è la pressione del malcontento popolare polacco, grazie al sindacato di Solidarnosc, guidato da Lech Walesa. 
 
Logico quindi immaginare che il nuovo Papa fosse la spina più dolorosa per il comunismo e per l’Unione Sovietica, che temevano per la Polonia un’insurrezione simile a quella dell’Ungheria nel 1956 e della Cecoslovacchia nel 1968. In parte era vero. Wojtyla non aveva soltanto una fede rocciosa e un naturale carisma, ma anche una spiccata astuzia politica. Da una parte condivideva gli aiuti a Walesa e il sostegno alla causa anticomunista polacca; dall’altra ne diffidava. Ed è questo che trasse in inganno coloro che pensavano soltanto al Papa come a un ariete per abbattere il comunismo. Anche il mio direttore al Corriere, negli anni ‘80, Piero Ostellino, laico e liberale ma soprattutto pieno di é, un giorno mi confido’“Il Papa mi ha invitato a pranzo e mi ha detto: “Grazie a Dio e grazie a lei il Corriere non è più comunista”. Ostellino sottolineo’: “Pensa, Antonio, mi ha paragonato a Dio”. Non risposi nulla per carità’ aziendalista ma riflettei su un’altra considerazione: “Il Corriere non è mai stato comunista. Lo accusavano di faziosità i tanti nemici del primo giornale d’Italia. E forse quell’accusa era stata riferita anche al capo della Chiesa”.
 
In realta’ il Papa nemico dei comunisti è lo stesso Papa   che non esitò a scagliarsi contro la pena di morte, contro la guerra per il Kosovo ( irritando il governo italiano e soprattutto quello americano) e contro la guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein, ricevendo in Vaticano anche il vicepresidente iracheno Tarek Aziz, cristiano caldeo.
 
Molti finsero di dimenticare o di non ricordare che Giovanni Paolo II, che oggi è santo, era sì contro il comunismo che soffocava la libertà, ma con la stessa determinazione (e forse ancora più duro) si opponeva al capitalismo assoluto, al consumismo sfrenato, e al tradimento della giustizia. 
 
Un vero condottiero polacco. Anche i sovietici capirono che non l’avrebbero mai piegato. Anche se nei suoi confronti ci fu sempre grande rispetto. Al vertice del Cremlino circolava una battuta: costringere un cittadino polacco ad accettare imposizioni era come sellare una mucca. Giovanni Paolo II, intelligentemente, non ha mai chiuso porte né creato muri. Anche quando gli equilibri nel Vaticano si stavano indebolendo, ha scelto di lasciare la parola a tutti. Senza censure, ma anche senza subire alcuna pressione che mettesse in discussione le sue scelte.