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Gian Franco Svidercoschi

Journaliste et écrivain, Italie
 biographie
Siamo qui a ricordare, anzi, dovremmo dire, a rivivere quel giorno di quarant’anni fa. Un giorno incredibile, straordinario. Lo si capirà più tardi, ma era l’inizio di una nuova storia, e non soltanto per la Chiesa cattolica.
Era stato eletto Papa l’arcivescovo di Cracovia. Un cardinale che arrivava da dietro la Cortina di ferro, dall’impero sovietico, giacché il mondo era ancora diviso tra i due blocchi politico-militari. Il primo Papa non italiano dopo 456 anni. Quattrocento-cinquanta-sei anni! Una novità che segnava la fine del monopolio italiano sul papato. E proprio per questo, malgrado l’entusiastica accoglienza popolare, una novità mal digerita da molti, dentro e fuori il Vaticano.
Giovanni Paolo II volle parlare subito alla folla in piazza san Pietro, o che nel mondo era attaccata ai televisori. Si presentò come “vescovo di Roma”, come pastore; non come Papa, non come capo di uno Stato, come monarca. Ma quando arrivò al famoso “se mi sbaglio mi corigerete”, il cerimoniere accanto a lui poteva permettersi di soffiargli in un orecchio: “E adesso basta!!!”. E il giorno dopo, andato Karol Wojtyla a visitare un amico prete ricoverato all’ospedale Gemelli, quello che era allora il più autorevole giornale italiano intitolò a tutta pagina: “Il Papa straniero per le vie di Roma”.
Stra-ni-e-ro! E invece si trattava di un evento che dava finalmente un significato reale, visibile, concreto – e un bel po’ di credibilità in più – alla universalità della Chiesa cattolica. Poi sarebbe arrivato un Papa tedesco. E poi un Papa addirittura dal sud del mondo, argentino.
Forse non si è ancora abbastanza riflettuto su questo, ma era il tramonto definitivo dell’eurocentrismo ecclesiale. Come dire che il cattolicesimo europeo non poteva più essere il solo a interpretare (o, almeno, a pretendere di interpretare) il “logos” cristiano. Di fatto, era cominciato il tempo in cui, sulla cattedra di Pietro, salivano Pontefici che si portavano dietro le ricchezze spirituali delle proprie Chiese, le caratteristiche delle proprie regioni, la cultura dei propri popoli: aprendo così la Chiesa universale – come del resto aveva chiesto il Concilio Vaticano II – a una pluralità di carismi, di modi di vivere la fede, di esperienze pastorali e missionarie.
Ed è inevitabile – come si sta registrando ora sotto il pontificato di Francesco – che questa novità, anche se ancora così frammentata e frammentaria, debba provocare malumori, polemiche, contrarietà, resistenze…
 
Ma torniamo a quell’incredibile, straordinario giorno di quarant’anni fa. E cerchiamo di penetrare – almeno tentiamo – nel mistero-Wojtyla. Era un uomo di grande fede, di grande preghiera, un uomo semplice, puro, trasparente, interiormente libero, distaccato dalle cose del mondo. Un uomo segnato dalla santità, una santità ordinaria, vissuta nella quotidianità, e che, proprio per questo, faceva trasparire il volto umano di Dio. Un uomo pieno dei doni della profezia, e che perciò sapeva andare controcorrente, aprire nuovi cammini. Senza paure. Senza complessi nei confronti della modernità, né delle ideologie dominanti.
E infatti, Giovanni Paolo II non accettò mai le cosiddette “verità” che allora dominavano la storia, la cultura, la politica, l’economia, ma anche una certa intellighenzia ecclesiastica. Come, ad esempio, la presunta definitività della divisione in due del mondo e, in particolare, dell’Europa. O il crescere del secolarismo, fintanto a cancellare dalla società ogni segno o presenza del sacro. Oppure, il progressivo allontanamento delle nuove generazioni dalla Chiesa; la messa in soffitta dei documenti del Concilio, e il ritorno a un clericalismo difensivo e confortante, opposto a ogni cambiamento…
Karol Wojtyla, da tempo, aveva maturato una diversa visione del futuro della Chiesa e del mondo. Una visione che faceva parte della sua memoria, proveniva dalla sua esperienza, dal retaggio di fede e di cultura della sua Patria. E, tutto questo, “esplose” – letteralmente – nell’omelia all’inizio del pontificato: “Non abbiate paura! Aprite le porte a Cristo!”. E poi nella prima enciclica: “Con la sua Incarnazione il Figlio di Dio si è unito in un certo modo a ogni uomo”. Era la “scelta per l’uomo”. Per Giovanni Paolo II, l’uomo doveva ritornare al centro della vita e della missione della Chiesa; doveva ritornare al centro della società, nel pieno rispetto della sua singolarità unica e irripetibile come persona, e in possesso di propri diritti inalienabili.
La proclamazione della verità di Dio veniva così strettamente collegata alla proclamazione della dignità dell’uomo, di ogni uomo. Al di là delle differenze razziali, culturali, ideologiche, geografiche e finanche religiose. “L’altro mi appartiene”, scrisse il Papa in un suo documento.
Un insegnamento, una testimonianza – penso – attualissimi ai nostri giorni!
Era, si potrebbe dire, la “svolta” antropologica. L’uomo “via” della Chiesa: con grave scandalo per chi era ancora fermo alla contrapposizione fra teocentrismo e antropocentrismo. Una “svolta” che portò la Chiesa cattolica a liquidare per sempre ogni tentazione di ritornare al vecchio integralismo religioso, al disconoscimento di quanti non professassero la “vera” fede. Non solo, ma la Chiesa si riscoprì bisognosa di purificazione, di un profondo rinnovamento spirituale e morale; e, nel passaggio di millennio, il Grande Giubileo – con i “mea culpa” di Wojtyla – fu l’occasione per un ripensamento a fondo dei tanti tradimenti consumati dai cristiani nei confronti del Vangelo. E ancora, la Chiesa cercò di recuperare, con la sua originaria ispirazione trinitaria, una ecclesiologia fortemente cristocentrica: con un graduale spostamento, dagli aspetti gerarchici e istituzionali, a quelli comunionali, carismatici, laicali. Allargando sempre più gli spazi per le donne, i giovani, i movimenti; e, insieme, dando una grossa spallata – diceva Wojtyla – all’antica “unilateralità clericale”.
 
Nello stesso tempo, proprio questo ricentrarsi della Chiesa cattolica sull’uomo, sul suo destino, sul suo incessante bisogno di crescita, di solidarietà, portò Giovanni Paolo II a un’altra grande intuizione. L’intuizione che la “sapienza” di Dio non era riservata solo ad alcuni ma invece aperta a tutti gli uomini, rappresentando così il punto di convergenza in cui i credenti delle varie religioni avrebbero potuto riconoscersi. E forse, riconoscendosi figli di uno stesso Padre, arrivare addirittura a ritrovarsi come fratelli. Tanto più che, che se le religioni avessero continuato a combattersi, a contrastarsi, o anche semplicemente a ignorarsi, quale credibilità avrebbero avuto sul piano spirituale? E, a maggior ragione, come avrebbero potuto convincere l’umanità – da tempo sotto l’incubo di una nuova guerra spaventosa – a ritrovare le vie della pace?
Fu importante – come contributo della Chiesa di Roma allo svilupparsi del dialogo ecumenico e interreligioso – fu importante che Giovanni Paolo II avesse messo da parte l’esclusivismo cattolico di un tempo; e avesse riconosciuto a tutte le Chiese una funzione egualmente decisiva nella costruzione della pace, nella riconciliazione tra gli uomini e tra i popoli.
Ma fu doppiamente importante – proprio in quanto pensata, decisa e realizzata per la prima volta – la Giornata mondiale di preghiera per la pace ad Assisi, il 27 ottobre del 1986. Ripeto: per la prima volta, i testimoni di più di quattro miliardi di donne e di uomini, cristiani e non cristiani, invocarono dall’Altissimo il dono della pace. Nessun sincretismo. Le preghiere erano diverse, diverso il modo di pregare, diverso anche il “destinatario”. E tuttavia, pur nella “molteplicità” delle voci, si avvertì chiaramente una comunione fraterna, una profonda armonia. L’evento di Assisi, insomma, obbligò a ripensare le ragioni della pace, e cioè il destino comune che lega ormai indissolubilmente popoli e nazioni di tutta la terra. Ed ecco perché c’è da ringraziare mille volte, un milione di volte, la Comunità di Sant’Egidio, per aver preso in mano la fiaccola di Assisi, per averla tenuta accesa in tutti questi anni, e portata in ogni parte del mondo. Come oggi, qui, a Bologna. Come faremo questo pomeriggio. Perché è nella preghiera – dove avviene l’incontro tra Dio e l’uomo – che c’è, sempre e comunque, un punto di incontro tra le diverse tradizioni spirituali.
 
Dunque, un Papa che gettò le basi per un nuovo umanesimo; costruì “ponti”, prima inimmaginabili, per il dialogo, per un impegno comune, tra le Chiese e le religioni. E riuscì a farlo, Giovanni Paolo II, per la straordinaria capacità che aveva – straordinaria perché così naturale, perché veniva da dentro – nel vivere la propria fede come testimonianza. Testimone di Dio, della sua verità, del suo ingresso nella storia umana. Come scriveva Giovanni nella prima lettera: “La Parola che dà la vita esisteva fin dal principio: noi l’abbiamo udita…Siamo i suoi testimoni e perciò ve ne parliamo…”.
E non solo testimone del Vangelo, della radicalità del messaggio della Croce. L’esistenza stessa di Wojtyla assunse la forma, e la forza, della testimonianza… Ricordate come, pur con il corpo invaso impietosamente dalla tremenda malattia, svolse la sua missione fino in fondo? Ricordate come si preparò alla morte?...Appunto! Una esistenza che diventò essa stessa testimonianza, entrando nella vita delle persone per trasformarla. Insomma, un Papa testimone – come si leggeva nel bellissimo inizio della costituzione conciliare “Gaudium et spes” – delle “gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono…”.
Ho ancora negli occhi, e nel cuore, la scena di quel 15 marzo del 2003, una domenica. La guerra in Iraq era ormai alle porte. Il Papa, affacciatosi dallo studio, guardò giù la folla, poi verso l’orizzonte lontano. Era triste, profondamente triste. Messo da parte il testo forse troppo diplomatico della Segreteria di Stato, parlò a braccio. Aprì il suo cuore, e volle ricordare – soprattutto ai giovani – la sua testimonianza personale. Volle ricordare che aveva fatto parte della generazione di coloro i quali avevano conosciuto la guerra, e quindi, anche per questo, sentiva il dovere di affermare: “Mai più la guerra!”.
Non aveva neppure vent’anni, Karol, quand’era scoppiata la Seconda guerra mondiale, e aveva vissuto sulla propria pelle lo “scellerato patto” Ribbentrop-Molotov: fuggito da Cracovia con il padre, per scappare dai nazisti, gli era toccato tornare indietro perché da Est stavano avanzando le truppe sovietiche. Aveva lavorato in una cava di marmo, era scampato alla deportazione in un campo di concentramento, finché aveva deciso di farsi prete. E, da ministro di Dio, aveva conosciuto dall’interno i due spietati totalitarismi: prima il nazismo, con i suoi campi di sterminio, la Shoah, la scomparsa di tanti amici ebrei; poi il comunismo, con il suo ateismo di Stato, con il suo regime di terrore, di oppressione. “E’ facile quindi capire – dirà – la mia sensibilità per la dignità di ogni persona umana e per il rispetto dei suoi diritti, a partire dal diritto alla vita…”.
Diventò arcivescovo di Cracovia. Quindi, quarant’anni fa, l’elezione a Papa. E specialmente con i viaggi – segni di una solidarietà più profondo, perché univano la presenza alla parola – Karol Wojtyla continuò la sua missione di testimonianza. L’osservatorio, ora, era universale; gli permetteva di conoscere ancora meglio il dilagare delle povertà, delle ingiustizie, delle violenze. E così, pur a partire da una dimensione spirituale, evangelica, Giovanni Paolo II denunciò, spesso con parole terribili e invocando l’intervento divino, la condizione disumana in cui vivevano interi popoli. Lui soltanto – con i Grandi della terra pavidi e silenziosi – testimone di speranza, di un futuro che poteva essere diverso. “Tutto può cambiare”, diceva spesso. “Sì, noi possiamo cambiare il corso degli eventi”.
 
Sarebbe perciò falso, storicamente falso, restringere quest’opera di cambiamento, che Wojtyla riuscì a realizzare, soltanto alla caduta del Muro, alla fine del comunismo. Sarebbe falso, storicamente falso, perché vorrebbe dire cancellare il ruolo di grande rilievo che Giovanni Paolo II ebbe nella progressiva democratizzazione dell’America Latina; nel rivendicare il diritto dei Paesi africani, dopo l’indipendenza, a una crescita economica e culturale; e infine, in un’Asia dominata dal gigante cinese, nel sostenere, là dove la Chiesa era libera e poteva agire, l’impegno dei vescovi per una maggiore giustizia, per un vero cambiamento sociale.
Oltretutto, va ricordato che fu Giovanni Paolo II il primo a denunciare come, scomparso il marxismo, non per questo avesse vinto il sistema capitalistico; e che, da allora, fu proprio contro l’ideologia liberista che il Papa avrebbe rivolto gli strali più duri del suo insegnamento sociale.
Detto questo, resta comunque il fatto che, con quel che era accaduto nell’impero sovietico, e la nascita proprio in Polonia di un movimento anti-sistema come Solidarnosc, molto difficilmente - almeno in tempi così brevi, e senza bagni di sangue – molto difficilmente si sarebbe arrivati al 1989, al Grande Evento, se in Vaticano, sulla cattedra di Pietro, a far da gran protettore della rivoluzione popolare nell’Est, ci fosse stato un Papa ungherese, o un Papa tedesco-orientale, e non invece il Papa polacco!
Anzi, mi chiedo: sarebbe stato lo stesso, il corso della storia, perlomeno la storia dell’Europa orientale, se i colpi sparati da Alì Agca fossero stati mortali?
 
In conclusione, vorrei ricordare un episodio, un po’ anche personale, ma estremamente eloquente per ricordare Karol Wojtyla.
Era il dicembre del 1982, un anno dopo il colpo di Stato del generale Jaruzelski. Andai in Polonia per capire, e quindi raccontare sul mio giornale, la situazione in quel Paese. Al ritorno, mons. Stanislaw Dziwisz, allora segretario di Giovanni Paolo II, mi chiese di riferire al Papa le mie impressioni. Anche perché c’era in prospettiva il secondo viaggio pontificio in Polonia nel giugno seguente, e tutto il mondo – politico, diplomatico, giornalistico - era contrario a che papa Wojtyla, benché senza volerlo, avallasse con la sua visita la repressione.
Lo incontrai il 1° gennaio in san Pietro, nella cappella della Deposizione. Finita la Messa per la Giornata della pace, il Papa si tolse i paramenti liturgici, e cominciò a chiedermi che cosa ne pensassi. Gli spiegai che la Polonia era come una persona a cui avessero dato quantità enormi di ossigeno (ossia di libertà), e ora le avessero chiuso i rubinetti, stava per soffocare. “E allora?”, chiese Wojtyla. E io a far notare che c’era bisogno che lui andasse in Polonia, perché solo lui sarebbe stato credibile nel pronunciare parole di speranza. Invece il Papa (con gli occhi che cominciavano ad avere, chissà perché, un filo d’ironia) insisteva nell’affermare che non poteva fare quel viaggio, tutto il mondo diceva di no. E così andò avanti, per qualche minuto. Io sempre più incredulo, disorientato, di fronte a un Papa che sembrava aver timore a stringere la mano a un dittatore; lui a controbattere che avrebbe avuto tutti contro.
Finché, a un certo punto, visto il mio crescente imbarazzo, Wojtyla mi si avvicinò, mi stampo due baci sulle guance, e poi in un orecchio: “Ma guardi, io ho già deciso di andare!”.
Sei mesi dopo, infatti, andò in Polonia. Scese dall’aereo, e il generale Jaruzelski, nel salutarlo, gli fece capire che il previsto incontro con “l’elettricista” (chiamava così Lech Walesa) non sarebbe stato possibile. Giovanni Paolo II lo guardò fisso e, accennando a voltarsi e a salire sul primo gradino della scaletta dell’aereo, mormorò: “Va bene. Nessun problema. Io torno in Vaticano…”. Jaruzelski rimase un attimo impietrito; poi, con la paura negli occhi e un tono concitato: “Ma no! Ma no, Santo Padre! Cercheremo di fare tutto il possibile…”.
Ecco, per me, la nuova Europa, l’Europa libera, cominciò a nascere in quel preciso momento.