Condividi su

Sharon Rosen

Direttore del “Global Religious Engagement, Search for Common Ground”, Israele
 biografia

E’ con immenso piacere che partecipo ancora una volta a questi incontri annuali di Sant’Egidio – un movimento meraviglioso che occupa un posto speciale nel mio cuore.

L’anno scorso ho condiviso con voi alcuni principi guida che informano il nostro lavoro con quelli che definirò gli “attori religiosi” promossi dall’organizzazione “Search for Common Ground”. Nell’anno trascorso, nel mio recente incarico di direttore per l’impegno religioso dell’organizzazione, ho potuto ascoltare e imparare, sia dalle iniziative promosse da Search in tutto il mondo, sia dai nostri colleghi sul terreno, al fine di promuovere un Approccio Comune per stimolare l’impegno delle persone di religione.
Oggi vorrei sviluppare il mio pensiero su questi principi guida e condividere esperienze che illustrino il modo in cui mettiamo in pratica tutto ciò con l’obiettivo della costruzione di Ponti interreligiosi di Pace tra le religioni abramitiche.

Ma prima di tutto permettetemi di iniziare con la storia di un rabbino – si chiama Rabbi Cohen – che vive in Israele. Ha quarant’anni ed esercita una forte influenza sia a livello religioso che politico. E’ considerato uno dei geni della sua generazione, risponde a domande sulla legge giudaica e le sue risposte vengono seguite da migliaia di persone. Ha opinioni religiose nazionaliste e estremiste che derivano dalla sua convinzione per cui l’intera Terra Santa fu promessa da Dio al popolo ebraico tremila anni fa, e deve restare eternamente nella proprietà dello stesso.
Rabbi Cohen ha aderito al nostro progetto per i Leader Religiosi volto a coinvolgere gruppi di interesse nella pace verso l’ipotesi di una soluzione negoziata del conflitto arabo-israeliano, per una principale ragione. Le sue idee nazionaliste trovano sempre più consenso in Israele e il suo partito politico è molto potente. Si è reso conto però di non poter dire sempre no, no, no, alle iniziative di pace degli altri partiti senza contrapporre una propria prospettiva sul futuro delle relazioni tra israeliani e palestinesi. 
Rimasi scioccata nell’ascoltare le sue interpretazioni dei testi sacri quando ne discuteva con i colleghi rabbini durante il primo anno del nostro progetto – il suo punto di vista era basato sulla supremazia della proprietà della terra rispetto alla sacralità della vita. Sono rimasta ancor più scioccata perché Rabbi Cohen si presenta con una personalità gentile, rispettosa, e in qualche modo affascinante.

Durante il secondo anno del progetto abbiamo portato un gruppo di 34 leader religiosi, uomini e donne, nazionali e musulmani, nell’Irlanda del Nord per costruire relazioni e apprendere lezioni da quel conflitto. Rabbi Cohen, nato in Israele, non aveva mai lasciato il paese in base alla convinzione minoritaria per cui una volta in Terra Santa si ha l’obbligo di non lasciarla mai. Cosa avrebbe fatto? Dopo aver consultato altri rabbini saggi – non era una decisione facile da prendere – decise di utilizzare il suo passaporto per la prima volta nella sua vita e di viaggiare con noi. Quel viaggio fu un momento di svolta per lui e per molti partecipanti al progetto.

Siamo ora al terzo anno del progetto e 30 leader musulmani ed ebrei – uomini e donne – si sono divisi in gruppi di lavoro e stanno implementando attività e raggiungendo nuovi aderenti per iniziative di pace nelle loro rispettive comunità. Rabbi Cohen sta lavorando in un gruppo di leader religiosi israeliani per sviluppare raccomandazioni per i partiti politici su come migliorare nelle relazioni pacifiche con i loro vicini musulmani, sulla base di una prospettiva religiosa.

Questo è il valore aggiunto dell’approccio “Common Ground” ovvero di modificare le attitudini e i comportamenti. Malgrado le differenze religiose e il conflitto arabo-israeliano apparentemente irrisolvibile, c’è qualcosa in questo approccio che – per dirlo con una sola parola – funziona! E funziona soprattutto con quelle persone la cui religione è espressione profonda della loro identità, perché, nonostante le differenze, esistono molti punti in comune – amore per il divino, zelo per i principi e la pratica religiosa – per citarne solo alcuni.

Vorrei mettere l’accento su tre dei nostri principi guida “Common Ground” che ci sostengono per costruire questi ponti di pace:

SPERANZA
Può apparire strano iniziare dalla speranza ma vi assicuro che mantenerla viva in società fragili, indebolite dal conflitto, soprattutto quando il conflitto dura da generazioni, è forse l’urgenza più sentita nell’ottica della costruzione della pace. I principi del Peacebuilding spesso derivano da una analisi intellettuale del conflitto, vertendo sugli aspetti relativi al “chi, cosa, quando, dove, come”. Ma quando partiamo dalla speranza, vediamo ancora una volta che il cambiamento costruttivo può avvenire anche nelle circostanze più difficili. Speranza, ovvero credere che nel mondo ci siano persone che fanno cose buone, questo ci aiuta a identificarle per poi coinvolgerle nelle nostre attività. La speranza tira fuori il meglio delle persone, le quali allora diventano pronte per la sfida e ciò genera nuove opportunità.

Questa prospettiva positiva è sintonica con la missione dei leader religiosi di portare speranza e sostenere le loro comunità. Testi sacri che modellizzano la risoluzione dei conflitti e propongono riti per l’interiorizzazione, il pentimento, e il rinnovamento, si possono trovare in molte religioni. I testi religiosi chiedono ai fedeli di non gettare mai la spugna, bensì di cercare la pace con perseveranza come un valore supremo. Contengono le energie per una trasformazione personale e spirituale e per costruire connessioni pacifiche con altri esseri umani. In ultima analisi, ha un senso che i religiosi costruttori di pace siano radicati nella speranza.

Dopo 100 anni di conflitto nella Terra Santa si potrebbe pensare che quella lì è una zona del mondo dove la speranza è svanita dalla finestra. Tuttavia sono quotidianamente ben impressionata al vedere l’impegno dei partecipanti del nostro progetto Leader Religiosi ad imparare l’uno dall’altro e a cercare modi per vivere con i loro vicini senza violenza. Non è facile ma è la speranza ad incoraggiarli, a ricercare una vita più sicura per il futuro dei loro figli.

INCLUSIVITA’
Gli attori religiosi hanno il bisogno di essere coinvolti nell’operare la pace perché sono una componente piena e rappresentativa della società – e non solo perché i governi vogliono controllare i comportamenti estremisti e radicali. La religione ha influenza in molti campi quali l’aiuto umanitario, lo sviluppo, l’istruzione, la salute, le problematiche di genere, i diritti umani ed è spesso un fornitore di servizi, e per questo è saggio includere le genti di religione in questi dibattiti. Essere inclusivi non vuol dire coinvolgere leader religiosi maschi e senior. E’ necessario includere anche le donne e i giovani che sono una componente essenziale delle comunità religiose, e che sono tra i più colpiti dal conflitto e dalla violenza. Tuttavia vengono spesso esclusi da attività di leadership nell’arena pubblica. Per questo reputo come appropriata la terminologia “attori religiosi” piuttosto che “leader religiosi”.

Nella Nigeria del nord, dove gli attacchi ai luoghi sacri sono all’ordine del giorno, stiamo lavorando assieme ai leader religiosi musulmani e cristiani, uomini e donne, per sviluppare consenso su come meglio proteggere i luoghi sacri. Utilizzando il nostro Codice di Condotta universale per i Luoghi Sacri come base per la collaborazione tra comunità religiose, i leader si sono impegnati nel disseminare un “testo di consenso” nelle loro rispettive comunità, attraverso sensibilizzazione dei media, incontri nelle sale comunali, e programmi educativi nelle scuole e per coinvolgere donne e giovani nella loro implementazione.

IMPEGNO DI LUNGO TERMINE – la terza e ultima linea guida che voglio sottolineare qui.
Sant’Egidio sa bene cosa vuol dire prendere impegni per il lungo periodo. Questi incontri annuali che durano da decenni hanno costruito basi di lealtà e fiducia tra persone di fedi differenti, difficili da eguagliare. La trasformazione del conflitto può avere successo nella misura in cui la costruzione di una fiducia durevole e la promozione del rispetto mutuo sono perseguite in un processo di lungo termine. Investire nei rapporti con i partner religiosi è il modo migliore per creare un cambiamento positivo e duraturo e per ridurre il conflitto che si fonda sull’identità religiosa.

Abbiamo lavorato per un decennio in Kirghizistan e abbiamo costruito quei rapporti che ci permettono oggi di promuovere una riforma legislativa e istituzionale e creare così un ambiente di accettazione tra le religioni. In partenariato con la Commissione statale kirghisa degli Affari Religiosi, stiamo coinvolgendo leader religiosi, forze governative e organizzazioni della società civile per introdurre modifiche alla legge nazionale sulla libertà di religione e sulle organizzazioni religiose. In questo modo gli attori cristiani, musulmani, ebrei ed altri stanno partecipando alla formulazione di una nuova legge che ha un impatto diretto sull’esercizio dei diritti religiosi da parte delle loro rispettive comunità.

In sintesi, Speranza, Inclusività e Impegno a Lungo Termine sono tre dei principi Common Ground che condivido oggi con voi. La prospettiva è quella di condividere altro – a partire dalle nostre storie e attività –nel prossimo futuro.