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Wlodek GOLDKORN – Panel 19  “1968: un anno di svolta”

Vorrei toccare anch’io due, tre punti molto rapidamente che riguardano il ’68 a partire da una discussione che almeno qui in Italia, anche se non so quanto avete avuto occasione di seguirla, c’è stata intorno ai due ’68 con significativi pentimenti di alcuni sessantottini italiani.
I due ’68 sono uno qui in Europa occidentale e l’altro in quella che veniva chiamata Europa orientale, cioè nei paesi sottoposti al dominio comunista. Due ’68 molto diversi con pentimenti significativi di alcuni militanti o ex-militanti sessantottini qui in occidente sul fatto che cito: “non abbiamo visto, non abbiamo capito, abbiamo sottovalutato gli orrori che succedevano lì”, in particolare la risposta delle autorità polacche al ’68 polacco che è stata una campagna antisemita abbastanza feroce, piuttosto direi quasi fascista. Ovviamente il ’68 cecoslovacco che finisce con i carri armati e si potrebbe anche aggiungere il ’68 jugoslavo ma in questo caso la questione delle differenze è un po’ più complessa.

Vorrei invece soffermarmi su alcune somiglianze perché sono molto convinto che il ’68 in larga parte o forse per la maggior parte al di là delle parole o delle specifiche rivendicazioni è un fatto generazionale, culturale e esistenziale. Vorrei partire da un’affermazione di Karl Marx in uno dei suoi più bei pamphlet, “Il 18 Brumaio di Luigi Napoleone” che in genere viene citato per quella frase iniziale sulla storia che si ripete come tragedia o come farsa.  Subito dopo quella frase, che è più o meno una citazione di Hegel, Marx dice una cosa molto bella che riassumo, la mia non è una citazione precisa, dice cioè che gli uomini fanno la storia ma la fanno con i materiali che trovano, che hanno a disposizione. Marx non ha usato esattamente la parola materiali ma la parola ‘tradizione’ ma io la reinterpreto in chiave postmoderna e uso la parola materiali; dunque quando fanno la storia gli uomini la fanno pensando di agire nella tradizione, cioè pensando di agire come agivano i loro antenati. Possiamo dire, questa è di nuovo una mia interpretazione, la fanno vestendo una maschera cioè noi molto spesso facciamo delle cose con una maschera di qualcosa che riguarda il passato. Marx parla dei giacobini che pensavano di essere, cioè ragionavano nei termini della Repubblica Romana o di Lutero che pensava di essere San Paolo. Questa intuizione di Marx che è veramente bella, quasi postmoderna, non hegeliana, un Marx che non segue Hegel, mi viene in mente ogni volta che penso ai due ’68. Da una parte noi abbiamo una generazione che condivide assolutamente i modi di vita, la musica, i libri, i film, perché anche noi in Polonia sentivamo i Rolling Stones, leggevamo Salinger che era fondamentale. I Rolling Stones sono venuti a Varsavia nel ’67 ed è successo di tutto in quel momento, veramente di tutto. Non è che i giovani in Polonia seguissero la letteratura sovietica o i film sovietici; tutto era assolutamente condiviso.

L’altra cosa che era condivisa, per tornare al discorso sulla cultura, era già presente prima del ’68. Il ’68 arriva su cose già fatte, posso citare ora altri scrittori e altri musicisti ma non lo faccio. Altra cosa comune, anche se in maschere forse differenti, era la contestazione dei padri e delle madri, ma soprattutto dei padri per una cosa che può essere declinata diversamente al di qua e al di là del muro, che però riguardava la stessa cosa, cioè il fatto che le promesse non erano state mantenute. Le promesse erano quelle, molto spesso noi non riflettiamo sul fatto che il ’68 arriva a 23 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, 23 anni dopo la Shoah, anche se la Shoah non era importante allora nel discorso pubblico, ma era molto importante nelle teste di molti sessantottini e di molti simpatizzanti del ’68 perché molti di loro erano anche ebrei e se non lo erano frequentavano organizzazioni di estrema sinistra dove si parlava non della Shoah ma del nazismo, della resistenza e di queste cose.

Dopodiché che cosa è successo? A 23 anni cosa hanno visto i sessantottini?
All’Est hanno visto una realtà in cui si parlava di ugualità, di uguaglianza, di socialismo, di libertà anche se in qualche modo non fino in fondo, su questo Michnick può dire più di me, ma che non era questo. Era il contrario, i padri erano comunisti quindi partecipi, anche se non in prima fila, all’opposizione, ma c’era un confronto con i padri. All’Ovest noi amiamo dimenticarci, siccome gli ultimi anni li abbiamo vissuti fantasticamente nella democrazia liberale, con i diritti individuali in aumento, i diritti collettivi un po’ meno, ci dimentichiamo che gli anni fine ’50 e anni ’60 sono gli anni delle guerre di liberazione dal colonialismo, quindi delle guerre coloniali, guerra in Algeria, delle torture che sono prassi comune durante la guerra in Algeria e che i torturatori sono molto spesso gli eroi della resistenza; non ci dimentichiamo ma rimuoviamo la guerra nel Vietnam. L’occidente non era esattamente come lo abbiamo conosciuto 10 anni fa, cioè prima della crisi, non era esattamente questo e c’erano anche delle dittature fasciste in Europa meridionale (Portogallo, Spagna, Grecia) anche qui si contestava questo e ovviamente anche il grigiore, la repressione nella vita quotidiana.

Cosa succede? Di nuovo un tratto comune di questa generazione, cioè di fronte a questo c’era la semplice ricerca di autenticità che poteva anche sfociare nel caso di Benny Levy nella teshuvah. Nella tradizione ebraica la teshuvah è il pentimento, cioè il ritorno alle radici, molti ebrei della mia generazione sono finiti con la scoperta della spiritualità, lui è il caso più eclatante per la sua posizione di intellettuale che aveva allora. Si cerca l’autenticità in termini spirituali, in termini politici ci arrivo tra poco, in termini spirituali almeno in occidente, la ricerca di autenticità delle grandi fede monoteistiche significa l’uscita nel deserto, attraversare il deserto. Il deserto si attraversa perché c’è un miraggio, un’utopia e nel deserto si imparano le nuove regole, si scoprono le altre cose perché si è liberi dalla schiavitù. Il problema è cosa la nostra generazione ha scoperto nel deserto di qua e di là e il problema delle maschere. Tra le cose scoperte almeno in occidente sono sicuramente i personaggi che erano di sinistra ma completamente eterodossi rispetto alla tradizione stalinista, comunista, posso citarne due Nestor Machno, anarchico ucraino, che è stato introdotto nel discorso dei sessantottini da Nicole Bendi, e Gustav Landauer che era il leader della Repubblica dei Consigli a Monaco di Baviera, ne potrei citare altri. Qui in occidente sono state scoperte cose preziose, è stata scoperta una parte della memoria degli sconfitti e si è tentato di fare qualcosa con quella memoria degli sconfitti, tra mille errori, ovviamente la maschera era una maschera comunista, anticapitalista e anche meno democrazia borghese o fine della democrazia borghese, o addirittura e la cosa è caricaturale, io non riesco a capire ancora oggi, era il maoismo. Non il trozkismo  ma il maoismo che era un’ortodossia diversa ma sempre ortodossia, questi sono i conti da fare o non fare più perché questa vicenda è finita. In occidente era ovviamente la democrazia borghese molto semplice, non so se c’era l’idea del capitalismo, ma era quella cosa che faceva specie ai coetanei qui. Però insisto, le parole sono molto importanti, erano solo maschere.

Poi c’erano, qui ovviamente siamo ospiti della comunità di Sant’Egidio, la scoperta della spiritualità cristiana che anche questa è l’uscita nel deserto. Io quando parlo con l’arcivescovo di Bologna mi è sempre chiaro che per lui il ’68 era questo. Ci parlo ogni tanto, ora che è diventato arcivescovo meno perché ha meno tempo, ma mi è chiarissimo che per lui il ’68 significava l’uscita, l’attraversamento del deserto in ricerca dell’autenticità. Questa ricerca di autenticità, qui mi avvio veramente a conclusione, era molto spesso, era soprattutto l’idea della comunità, di costruire l’avvenire insieme che è l’agire comune. Era questa la caratteristica anche generazionale, ci mettiamo insieme. Il logos, la parola esiste nel dialogo e nel dialogo che non è un simposio chiuso, filosofico ma nel dialogo che è un avvenire, un divenire, qualcosa che deve succedere e ovviamente soggettività. Qui c’è un problema, il problema, la rivendicazione della soggettività che andava insieme alla rivendicazione della sessualità, del libero amore, cose peraltro presenti nella tradizione eretica-comunista, è stata riscoperta anche la Kollontaj, la madre di ogni femminismo, una bolscevica che era una bolscevica eterodossa, in fondo è femminista. Quell’idea della soggettività, dell’autodeterminazione, del fatto che il desiderio è molto importante e fa parte della politica, cioè quando si diceva che il personale è politico, si diceva che il desiderio è politico, cosa che poi è stata sviluppata da Guattarì, ma non voglio parlare di questo, ma questa cosa della soggettività, dell’autodeterminazione, del desiderio è finita per ragioni, ma non sono uno storico né un filosofo, che non so come definirle, nell’apoteosi del totale individualismo.

Un po’ come le rivoluzioni del 1848 sono finite nella storia etnica, erano democratiche e sono finite con l’affermazione del nazionalismo etnico, così se le analogie hanno senso, parte del’68 è finita nell’individualismo, nello smantellamento dell’idea del divenire e dell’avvenire, il desiderio è diventato l’appagamento del bisogno immediato, l’appagamento del bisogno immediato abolisce l’idea della collettività, l’idea del futuro e dell’avvenire, per stabilire solo un presente abbastanza infantile. Perché non lo so, ma penso che un briciolo dell’idea dell’autenticità resterà nonostante tutto quello che ci sta succedendo ora in Europa.
Grazie!

Bologna, 16 ottobre 2018

Trascrizione da audio registrato a cura di redazione www.santegidio.org