Condividi su

Anba Pola

Metropolita, Chiesa Copta d'Egitto
 biografia
Eminenze, Eccellenze, Beatitudini, Signore e Signori, è per me un grande piacere essere oggi con voi in quest’incontro dedicato in modo speciale ai “martiri del nostro tempo”. Ho anche l’onore di rappresentare la Chiesa Copta Ortodossa di Egitto, che è una delle più antiche chiese del mondo. Oggi vi porto la benedizione dei martiri del nostro tempo, molti dei quali sono Copti, di cui alcuni sono miei figli spirituali che hanno dato testimonianza a Gesù nella diocesi di Tanta durante la domenica delle Palme del 2017.
 
Nell’Antico Testamento Dio incoraggiava il suo popolo a dargli testimonianza, a diventare suoi testimoni. Come dice il profeta Isaia, Dio disse: 
“Non siate ansiosi e non temete: non forse già da molto tempo
te l'ho fatto intendere e rivelato? Voi siete miei testimoni: C'è forse un Dio fuori di me
o una roccia che io non conosca?" (Isaia 44,8)
Dio volle che non avessero paura e che avessero il coraggio di affermare con convinzione: noi adoriamo Dio, noi siamo il suo popolo. 
Il significato della parola testimone, martus o martur in greco, è spiegato nel Nuovo Testamento. Prima di ascendere al cielo, il Signore disse ai suoi discepoli:
“Ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra" (At. 1,8)
Intendeva dirci che saremo tutti suoi testimoni, cioè martiri, in ogni luogo della terra.
 
La testimonianza del martirio è antica quanto la Chiesa. Gesù Cristo nostro Signore disse queste parole:
“Le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato” (Gv 5,36).
Quelle stesse opere furono compiute sulla croce, dove egli diede testimonianza al mondo intero con la sua morte e resurrezione. Così, ci ha insegnato con l’esempio a testimoniare la nostra fede in lui con le opere, senza temere la morte perché la morte non è altro che un sonno ed è la via verso la resurrezione e la vita eterna. Questo è il nostro concetto di martirio nella chiesa.
 
La chiesa delle origini ci ha dato un esempio celebre di questa comprensione, che collega “testimonianza” e “martirio” in Sant’Ignazio Teoforo di Antiochia. Nel 107 d. C. questo antico padre della Chiesa desiderava dare testimonianza a Cristo mediante la propria morte. Quando i suoi compagni cristiani cercarono di salvarlo dagli oppressori romani, egli disse loro: “Se voi non parlerete in mio favore, io diventerò una parola di Dio. Ma se consentirete a voi stessi di essere sviati dall’amore che voi portate al mio corpo, non resterò altro che una voce umana “.  Era desiderio di Ignazio che la sua testimonianza di Cristo diventasse ancora più potente con la sua morte. Si tramanda che, un secolo dopo, Tertulliano disse: “Il sangue dei martiri è il seme della Chiesa”. E’ evidente come la testimonianza resa a Cristo sia segnata da un tale coraggio da far accettare ai padri della Chiesa di morire per affermare la loro salda fede.  
 
Oggi nella nostra Chiesa il martirio ha tre significati:
1. E’ un guadagno, e non una sofferenza
2. E’ vittoria e gioia
3. E’ la strada per la vita eterna
 
1. E’ un guadagno, e non una sofferenza. 
Noi comprendiamo e preghiamo con queste parole di san Paolo:
“Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno.” (Filippesi 1,21).
Certo, siamo addolorati quando perdiamo un nostro caro con una morte atroce e quando le nostre chiese sono distrutte dalle bombe dei terroristi. Tuttavia, sapendo che perdiamo solo dei corpi materiali e guadagniamo nuovi santi nel cielo, siamo confortati. Sapendo che il loro sangue è il seme della Chiesa, ci vengono restituiti gli edifici delle nostre chiese perché non abbiamo mai perduto la chiesa spirituale, anzi la vediamo crescere.  
 
2. È vittoria e gioia
Cosa cantiamo nella Settimana Santa e nel Venerdì Santo?  Noi cantiamo, preghiamo e crediamo che Gesù ha sconfitto la morte con la sua morte. Anche noi sconfiggiamo il male, la paura, l’incredulità e la morte spirituale portando volentieri la croce, offrendo noi stessi come ha fatto nostro Signore e accettando la morte della carne per diventare vittoriosi.
Così, possiamo anche dire con grande gioia e cantare con San Paolo:
“La morte è stata ingoiata per la vittoria.” “Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?” (1 Corinzi, 54-55).
 
3. E’ la strada per la vita eterna 
Ne consegue che affrontare la morte con gioia non è altro che un segnale sulla via verso la vita eterna, la meta e la patria definitiva di ogni cristiano. La nostra vittoria e la nostra gioia non sono politiche. Noi non conosciamo la resistenza attiva, né quella passiva. La nostra vittoria e la nostra gioia sono puramente spirituali. La terra che speriamo di ereditare è la Gerusalemme celeste:
“In lui siamo stati fatti anche eredi” (Efesini 1,11)
“Il vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono, come io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul suo trono” (Apocalisse 3,21)
 
 
Il 9 aprile 2017, Domenica delle Palme, abbiamo assistito a tutti i significati del   martirio, della testimonianza, del guadagno della gioia, della vittoria e dei cieli aperti nella nostra chiesa di Mar Girgis a Tanta. 
Diaconi vestiti di paramenti bianchi, che portavano croci e cantavano: Osanna al Re dei re, Osanna al Figlio di Davide con gioia, furono improvvisamente trasportati dalla chiesa che è sulla terra alla chiesa celeste per terminare i loro inni davanti al trono e davanti all‘Agnello. 
Come è scritto nella Bibbia:
“Dopo ciò, apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all'Agnello, avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle mani.
 E gridavano a gran voce:
"La salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all'Agnello”.  Allora tutti gli angeli che stavano intorno al trono e i vegliardi e i quattro esseri viventi, si inchinarono profondamente con la faccia davanti al trono e adorarono Dio dicendo: 
"Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen”.
Uno dei vegliardi allora si rivolse a me e disse: "Quelli che sono vestiti di bianco, chi sono e donde vengono?”. Gli risposi: "Signore mio, tu lo sai". E lui: "Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell'Agnello. Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo santuario; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro. Non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà il sole, né arsura di sorta, perché l'Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita.
E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi". (Apocalisse, 7, 9-17)
Noi siamo orgogliosi dei nostri nuovi santi, orgogliosi della nostra chiesa ed orgogliosi della nostra fede cristiana. 
Il nostro paese, l’Egitto, è sempre stato la patria della nostra chiesa grande ed estesa. Mai l’estremismo ha avuto il sopravvento sul nostro paese.  Anche quando siamo di fronte a tali sofferenze, non smettiamo mai di amare i nostri vicini. Anzi, riceviamo sostegno e solidarietà dalle autorità e da tutti gli egiziani.
Non perdiamo mai la speranza nel nostro paese, ma favoriamo tutti gli sforzi per una coesistenza pacifica e uno sviluppo culturale ed educativo. Così compiremo la nostra missione sulla terra e saremo il sale e la luce del mondo. 
Vi chiedo di pregare tutti per la pace;
di pregare con un cuore solo che Dio doni la pace a tutto il mondo;
di pregare con queste parole:
(O Re della Pace, Concedi a noi la Tua Pace, Stabilisci per oi la Tua Pace e Perdona i nostri peccati)