Deel Op

Israel Meir Lau

Opperrabbijn van Tel Aviv, Israel
 biografie

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Signor Presidente, professor Riccardi, leader spirituali, fondatori di Sant’Egidio.

 

Qualche anno fa papa Francesco è venuto in visita alla Yad Vashem e ha citato una parola dell’inizio della Bibbia che non dimenticherò mai, credo che abbia colto nel segno. Quando Adamo ha peccato, mangiando dall’albero proibito per lui nel Paradiso, Dio onnipotente gli si è manifestato e gli ha detto un’unica parola, in ebraico, Ayekah che vuol dire “Dove sei?”. Papa Francesco ha detto: Ognuno di noi, migliaia di anni dopo, deve farsi la stessa domanda: Dove sei? Dove sei stato? Dove siete stati, nazioni, razze, religioni, leader, popoli, dove eravate quando questo è successo? Quando è successo quell’orrido olocausto.

Voi lo avete visto, lungo i 6 anni di guerra, e voi dove eravate? Allo Yad Vashem c’è un elenco di quasi 30.000 nomi di giusti fra le nazioni. Nel paese in cui sono nato, in Polonia, paese in cui erano sei campi della morte, c’erano decine di milioni di abitanti, solo in Polonia. 30.000 giusti, dalla Germania, dalla Svezia, dal Giappone, da tutto il mondo che si sono sacrificati per salvare vite di ebrei. Quindi il papa ha capito quando ho detto che tutti noi dobbiamo chiederci dove eravamo.

Quando si vede l’orrore, la violenza, quando si vede l’omicidio di massa bisogna chiedersi: dov’è che siamo? Quando non si sente la propria voce, quando si vede questo orrore cosa si fa? Cosa si dice? Cosa si commenta?

Avevo due anni quando è scoppiata la Seconda guerra mondiale, ero in Polonia e l’unica parola che ricordo era in polacco, l’unica lingua che conoscevo all’epoca. Sono stato percosso dai due anni fino agli otto anni, quando stavo morendo di fame, stavo morendo di freddo, ha fatto un’unica domanda in polacco: dlaczego, in polacco. Dlaczego significa “perché?”. Questo significa.

Ero un bambino ma non c’era nessuno a cui poterlo chiedere. Hanno preso mio padre quando avevo cinque anni, mi hanno separato da mia madre, mi hanno portato a Ravensbruck che avevo sette anni, quindi nessuno poteva rispondere a questa domanda che mi turbava, cioè: Cosa ho fatto? Qual è stato il mio reato il mio crimine, perché? Morivo di fame, mi sognavo una patata. Questo era il sogno che facevo: sognavo di mangiare una patata. Per anni mi sono chiesto: cosa ho fatto di male?

Altri amici qui hanno parlato di pace, anche lei lo ha fatto signor Presidente, ma prima della pace dobbiamo avere quello che stiamo facendo qui oggi: dobbiamo dialogare. Il dialogo. Guardiamo il libro della Genesi, nella Bibbia, lì non c’era dialogo, mancava. Qual è stato il primo omicidio nella storia dell’umanità? Il primissimo? Due fratelli, figli di Adamo ed Eva, Caino e Abele. Due fratelli. Caino si è alzato contro Abele e lo ha ucciso. Perché? Perché un fratello? Perché nella prima generazione dell’umanità abbiamo avuto un fratello che ha ucciso l’altro? Che frustrazione può esserci stata per i genitori, cosa può essere stato per loro seppellire un figlio? Perché lo ha fatto? Voi lo sapete? Io non lo so, non lo sa nessuno. Forse perché non c’era dialogo.

Ecco, prendiamo il libro della Genesi, capitolo IV: Caino che si alza, si scaglia contro Abele e lo uccide. Perché? C’è stato forse un dibattito, un litigio, una lotta? Degli interessi: un paese, l’indipendenza, il denaro? Avevano tutto il mondo a disposizione, ma non hanno detto un’unica parola. Forse se Caino si fosse seduto con Abele e gli avesse detto cosa pensava di lui, forse le cose sarebbero andate diversamente. Nessun dialogo, non parlavano.

Pochi capitoli dopo, sempre nel libro della Genesi e dobbiamo imparare da questo evento, c’è stata un’inondazione. Sto parlando di Noè, il giusto, Dio gli ha detto di costruire un’arca, di ripararsi con tutta la sua famiglia e li animali, almeno due di ognuno, di ogni tipo.

Facendo questo li ha salvati dall’inondazione, inondando il mondo perché il mondo è corrotto. Restarono dentro l’arca per centocinquanta giorni e notti, sotto lo stesso tetto. Insieme leopardi, leoni, nemici delle vacche, delle oche, degli agnelli, delle galline. Abbiamo mai sentito parlare di una singola uccisione nell’arca? Tutti gli animali, compresi gli uccelli, compresi i serpenti.

Dopo centocinquanta giorni, quando finì il diluvio, la terra si è asciugata, è arrivata la colomba con il messaggio che era orami finito e Noè ha aperto le porte dell’arca e tutti gli animali sono tornati nella foresta, nei campi, ovunque, senza che venisse fatto loro alcun danno. Sapete perché?

Per il serpente è contro natura non mordere, è contro natura per gli animali non mangiarsi gli uni con gli altri. Pensate all’agnello insieme al lupo, l’orso con la vacca. Com’è possibile? E’ stato possibile perché sapevano che fuori dall’arca c’era un pericolo comune, il diluvio. Questo pericolo comune li ha resi un’unica entità, uniti. Non perché si amassero. La vacca e l’orso? Non può esserci solidarietà tra di loro. La colomba e la tigre? Non può esserci amicizia. Ma sapevano benissimo che fuori c’era il diluvio e se si fossero comportati male Noè li avrebbe cacciati e sarebbero morti. Quel nemico comune li ha resi un’unica famiglia, una famiglia solidale.

Signore e signori, non abbiamo forse anche noi oggi dei nemici comuni? Malattie, cancro, Aids, le malattie del cervello. Le guerre, ogni tipo di arma, le bombe atomiche, la povertà, il crimine, l’ignoranza. Non abbiamo forse dei nemici che minacciano la nostra stessa esistenza? Nei 5 continenti ci sono gli stessi nemici dell’umanità, questo potrebbe essere un buon motivo per vivere insieme, per parlare gli uni con gli altri, per avere un dialogo prima ancora che ci sia la pace. Forse saremo in grado di raggiungere la pace.

Lo abbiamo vissuto. Avevamo dei nemici intorno a noi. Il presidente Sadat, ci ha combattuto con ’48, nel ’67 poi nel ’73 era il leader nella guerra dello Yom Kippur. E tutto ad un tratto ha detto: andrò a Gerusalemme, andrò a parlare alla Knesset e negozierò la pace.

Begin all’epoca contro gli arabi, cosa ha fatto? Lo ha abbracciato, si sono baciati e ancora oggi, dal ’79 sono passati quarant’anni, non c’è più spargimento di sangue, non è stata versata neanche una goccia di sangue da entrambi i lati. E poi, dopo di lui, c’è stato re Hussein, Dio lo benedica, due leader. Re Hussein di Giordania, anche lui ci ha combattuto nella guerra dei 6 giorni, nel ’67. Suo nonno, re Abdullah, ci ha combattuto nel ’48, quando lo stato israeliano è stato creato. Eppure, re Hussein è venuto e ci ha parlato di pace, ha aperto un dialogo. Questa è la parola.

Io devo la mia vita a poche persone, soprattutto a mio fratello, al console generale a New York, che ha sacrificato sei anni del suo tempo per me e aveva 11 anni più di me. E ci sono anche altre persone, non ebrei, a cui devo la mia vita. Un giovane russo, di Rostov sul Don. Non era un ebreo e ha sacrificato la sua vita per salvare la mia, avete 7 anni e mezzo all’epoca. Ha rubato delle patate alla Gestapo per prepararmi una zuppa, ogni giorno. Anche lui era prigioniero. Era arrivato come turista, era uno studente, si era diplomato, era arrivato in Germania. Catturato per strada gli è stato detto: tu sei una spia di Stalin! Stalin ti ha mandato dall’Unione Sovietica per spiare la Germania! Ed è stato preso come prigioniero di guerra, un diciottenne. E lui ha sacrificato la sua vita per salvare la vita ad un bambino ebreo, che stava nella sua stessa baracca, la numero 8, nel campo di concentramento di Buchenwald.

Quindi io so cosa significa il dialogo, il dialogo tra nazioni, tra culture, tra religioni e ho seguitole attività di sant’Egidio per quasi 30 anni. Mi avete portato a Milano, dove abbiamo avuto una discussione su come arrivare alla pace, c’era anche Martini, all’epoca cardinale di Milano. C’era anche una persona che non era affatto religiosa, Gorbaciov e sedeva sullo stesso palco creato da Sant’Egidio, sempre nel mese di settembre del ’93.

Poi il vescovo Ambrogio mi ha portato a trovare Giovanni Paolo II, che conosceva mio

nonno, un rabbino di Cracovia, in Polonia. Concluderò ricordando quello che mi ha detto Giovanni Paolo II. Mi ha detto: Mi ricordo di tuo nonno, mi ricordo che camminava verso la sinagoga durante lo Shabbat, circondato da tanti nipoti. Quanti nipoti erano? La risposta era quarantasette, ne ha avuti quarantasette. E poi mi ha chiesto: E quanti di questi sono sopravvissuti all’olocausto? E la risposta è stata: Solo cinque. Erano quarantasette nipoti, quarantasette bambini e bambine, solo cinque della mia famiglia sono sopravvissuti, compresi mio fratello ed io. E lui ha guardato il soffitto e ha detto: Da papa sono stato in oltre cento paesi ed in ogni paese io parlo dell’obbligo che ha l’umanità. Noi ci dobbiamo impegnare per permettere il futuro la continuità dei nostri fratelli maggiori, il popolo ebreo.

Questo diceva il papa. E poi, sette anni dopo, nel maggio del 2000, è venuto a Gerusalemme. È venuto al Muro del Pianto ed ha lasciato una lettera. Poi mi ha raccontato cosa aveva scritto. In una parte della lettera chiedeva perdono per una parte della Chiesa che non si era comportata bene rispetto ai fratelli maggiori, il popolo ebraico. Ha chiesto perdono. Che grand’uomo! Che leader spirituale!

Ho parlato di papa Francesco, ho parlato del compianto Giovanni Paolo II, ho parlato del compianto Sadat, ho parlato del compianto re Hussein. Tutto questo per dirvi che il dialogo è possibile, non soltanto tra ebrei e non ebrei, ma tra tutta l’umanità, tra tutti i popoli. E quindi quest’anno, quando mi hanno chiesto: andrai a Madrid? Andrai a questo incontro della Comunità di Sant’Egidio? E quando mi hanno chiesto: Quale sarà il risultato che vorresti ottenere? Io ho sempre risposto: Il risultato è questo incontro stesso, l’incontro di tante religioni, di tanti pensieri, di tante persone. E’ veramente l’opportunità per trovare un linguaggio comune, per parlare di amicizia, comprensione e per chiedere a Dio, se vogliamo amicizia, comprensione e fratellanza possiamo anche raggiugere l’obiettivo della pace internazionale ed eterna.

 

** Trascrizione a cura della redazione web.

 

 

*Trascrizione a cura della redazione web.