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David Rosen

Già Rabbino capo di Irlanda, AJC, Israele
 biografia
Per noi persone di fede, il mondo attorno a noi è realmente la nostra casa comune. Soprattutto però lo è la Creazione, la manifestazione del Creatore, della presenza Divina nel nostro mondo, come proclama per esempio, in modo splendido, il salmo 19.
Nel XVI secolo il Rabbino Judah Loewe di Praga scrisse: “L’amore per le creature e l’amore per la creazione è amore verso Dio. Chiunque ama l’unico Dio ama tutta l’opera che Egli ha fatto, e chiunque non ama la sua opera, non Lo ama realmente” (Netivot Olam).
Circa trecento anni prima, Maimonide spiegava in quale modo dovessimo dare adempimento al comando biblico di amare e temere Dio.
“Quando una persona medita sulla Sua opera meravigliosa e sulle Sue meravigliose creature, e, guardando oltre, vede la Sua sapienza che va al di là di ogni limite e paragone, immediatamente essa ama, loda e glorifica, ed è presa da un grande desiderio di conoscere Lui, conoscere il Suo grande Nome, come disse Davide: “L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente”. E mentre medita su queste cose, immediatamente si ritrae indietro ed è preso dalla paura, sapendo di essere una creatura piccola e sola al cospetto di Colui che possiede la conoscenza perfetta, come disse Davide: “Quando vedo i cieli e l’opera delle tue mani, cos’è l’uomo perché tu te ne ricordi?” (Mishneh Torah, Capitolo 2  Sezione 2 di Yesodei haTorah).
Per Maimonide, la nostra consapevolezza del cosmo creato da Dio non solo significa avvertire la Presenza Divina, ma è effettivamente il modo in cui diamo compimento alla nostra responsabilità di amare e temere Dio.
E’ il modo attraverso il quale trasciniamo noi stessi verso l’intimità con Dio. Di conseguenza, per Maimonide, come in effetti in tutta la tradizione ebraica attraverso le generazioni (finché, in epoca moderna, c’è stato un idiosincratico ripiegamento ebraico in circoli ultra-ortodossi), non solo la conoscenza scientifica non è vista come una minaccia alla religione, ma è anzi considerata essenziale per lo sviluppo del nostro amore e del nostro culto a Dio.
Nella creazione, che è testimonianza della presenza divina nel mondo, secondo la Bibbia la persona umana ne è il vertice, creata ad immagine di Dio. Il ruolo particolare dell’essere umano nella creazione viene reso esplicito nella seguente frase di genesi 2,15: “e lo pose nel giardino dell’Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse”.
L’ultima parte di questa esortazione non è mai stata così urgente. Oggi siamo testimoni non soltanto di incendi boschivi devastanti, inondazioni massive e quant’altro su scala mai vista prima, ma anche del deteriorarsi del nostro mondo naturale, causato sostanzialmente dalla bramosia e dall’avarizia. Tutto ciò minaccia la nostra stessa esistenza su questo pianeta.
 
Nell’ebraismo, in tutto ciò che riguarda la responsabilità dell’uomo verso l’ambiente, il precetto centrale è tratto dall’esplicito divieto, nel Deuteronomio, al capitolo 20, verso 19, di tagliare alberi da frutto per farne armi per la guerra di autodifesa.
I saggi del Talmud, due millenni or sono, ne hanno tratto a fortiori la seguente conclusione: se in una situazione di guerra in cui la vita umana è in pericolo è proibito tagliare un albero da frutto, in una situazione normale, distruggere qualcosa che provvede al sostentamento è un’empietà ancora maggiore. Perciò essi estendono tale divieto a qualunque cosa che possa essere utile o di valore.
Questa estensione include ogni distruzione arbitraria (TB Kiddushin 32a) e qualunque tipo di spreco (TB Berachot 52b), e persino l’eccessiva ostentazione ed una soddisfazione smodata dei propri bisogni (TB Hullin 7b; Shabbat 140b).
Di conseguenza, nelle case tradizionali ebraiche, i bambini sono educati ad essere fortemente consapevoli di non sprecare nulla: non solo il cibo, ma neanche qualunque cosa che possa essere fonte di benessere, incluso il vestiario ed il mobilio. Verrà loro ribadito che dovranno essere consapevoli che ogni cosa è dovuta a Colui che è alla sorgente di tutto.
 
Al contrario di quanto porta a sostenere un approccio secolarizzato, molto diffuso, l’ebraismo insegna che non siamo padroni dei nostri corpi, per poterci fare ciò che vogliamo. Siamo custodi dei nostri corpi, di cui abbiamo il dovere di prenderci cura. Infatti, Maimonide spiega che osservare una dieta sana, fare esercizi fisici e mantenerci in una buona condizione di salute è un obbligo morale non soltanto verso noi stessi, ma anche verso l’Onnipotente che ci ha consegnato i nostri corpi così come essi sono.
E, ovviamente, il comandamento di prenderci cura degli altri esseri umani, nostri prossimi è centrale nella Torah.
In aggiunta al principio generale di amare il prossimo (Levitico 19:18), due versi prima, abbiamo il seguente comandamento: “Non starai a guardare inerte mentre è versato il sangue del tuo fratello” .
La tradizione ebraica interpreta ciò nel seguente modo: di fronte a qualunque tipo di minaccia ad un’altra persona, dobbiamo fare tutto ciò che è nel nostro potere per proteggerla. Qualche verso prima il levitico ci chiede di togliere ogni tipo di inciampo davanti ad un cieco; secondo la tradizione ebraica ciò significa che è necessario che facciamo del nostro meglio per eliminare ogni possibile pericolo per gli altri – soprattutto i più vulnerabili (v. Maimonide, Yad, Hilchot Rozeach,2:3).
 
Oggigiorno ciò che minaccia la salute dell’uomo non è soltanto il deterioramento dell’ambiente, ma sono anche gli stili di vita e le abitudini alimentari delle società cosiddette sviluppate.
L’industria dell’allevamento e l’uso smodato di ormoni ed antibiotici che si accumulano nei prodotti e che vengono consumati da parte degli esseri umani non solo sono dannosi di per sé, ma sono anche inestricabilmente connessi alle pandemie di cui siamo stati testimoni e di cui continueremo a fare esperienza, e che in misura prevalente sono il risultato di comportamenti errati ed irresponsabili rispetto ad ogni essere vivente.
Inoltre, l’industria dell’allevamento e la produzione di alimenti di origine animale è la maggiore causa del riscaldamento globale, come è stato dimostrato da studi promossi dalle Nazioni Unite, nonché da studi pubblicati sulla rivista Lancet. Tali industrie, che sono al servizio dei consumi smodati degli esseri umani, sono causa di più inquinamento di tutte le forme di mezzi di trasporto messe insieme, e sono la maggiore causa dello spreco di acqua, di terreno e di altre risorse.
In senso lato, possiamo dire che oggi uno stile di vita eccessivamente carnivoro non è niente meno che una minaccia a sé stessi ed agli altri.
 
Qualunque etica religiosa seria che si ponga il problema del prendersi cura della nostra casa comune deve richiedere che rinunciamo, quanto più possibile, agli alimenti di origine animale, e che assumiamo, per quanto sia possibile, una dieta a base vegetale. Qualunque discorso sulla nostra responsabilità verso l’ambiente, per quanto sia religiosamente motivato, se non tiene conto di ciò, ha decisamente qualcosa che non va.
 
Un antico midrash ebraico (un’omelia) racconta come Dio fece fare un giro per l’Eden ai primi esseri umani, invitandoli a vedere tutti gli alberi e le piante. Egli disse: “guardate quanto sono meravigliose le mie creature, le ho fatte a vostro beneficio. Badate bene di prendervi cura di ognuna di esse, perché se le distruggete, non vi è qui nessun altro che possa ripristinarvele”.
 
Un’altra antica omelia rabbinica racconta di alcune persone in una barca a remi. Uno di loro inizia a fare un buco sotto il proprio sedile. In risposta alle proteste degli altri, egli dice: “ma sto facendo il buco sotto il mio sedile, mica sotto il vostro”. Naturalmente gli altri gli dicono: “ma siamo tutti nella stessa barca. Ciò che tu fai sotto il tuo sedile ci riguarda tutti, ci farai annegare tutti!”
 
Oggi più che mai possiamo vedere quanto siamo tutti sulla stessa barca. La nostra responsabilità diventa immediata, esistenziale, l’uno verso l’altro, verso le generazioni future, verso tutta l’umanità. Tuttavia non dobbiamo dimenticare che la responsabilità per la nostra casa comune è rivolta verso la stessa creazione – la manifestazione della Presenza Divina e della Provvidenza nel mondo. Perciò, la misura con cui ci prendiamo realmente cura del suo bene è anche il grado con cui dimostriamo di amare Dio, il Creatore del mondo.