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Swami Shantatmananda

Secretari general de Ramakrishna Mission de Nova Delhi, Índia
 biografia
Ecologia umana e ambiente
 
Illustri rappresentanti delle varie religioni e amici. 
C’è un bel canto di pace induista che recita così:
 
Possa la pace risplendere nei cieli e nel vasto spazio etereo, possa la pace regnare dovunque sulla terra, nelle acque, sui prati, gli alberi e sulle piante rampicanti. Possa la pace diffondersi in tutto l’universo. Possa essere nell’Essere Supremo Brahman. E possa esistere sempre in tutto la pace e solo la pace. Pace, pace e pace a noi e a tutti ciò che vive!
Oggi il mondo intero, l’umanità intera vive una grossa preoccupazione per il fenomeno del surriscaldamento globale. Tutti sono in ansia per i danni all’ecologia umana e all’ambiente. La crescita economica, le ricchezze ecc. non ci saranno di aiuto se non possiamo mantenere un ambiente che garantisca una convivenza pacifica e armoniosa. Conflitti infiniti e la lotta per il potere e per il dominio sembrano essere all’ordine del giorno in varie parti del pianeta. Spesso si combattono guerre in nome della pace: in realtà sono semplicemente aggressioni mascherate, dettate dall’ansia di ricchezza; l’esempio più recente è la guerra in Iraq. Dobbiamo riflettere sul perché l’uomo nonostante il progresso, le scoperte scientifiche e tecnologiche sembra non aver pace, è insoddisfatto, infelice e spesso stressato. Questo male ha radici profonde e conseguenze di vasta portata.  Tuttavia, se non comprendiamo la dimensione di questo imminente pericolo, l’umanità sperimenterà grossi disastri e calamità.  
 
L’induismo ci offre una soluzione semplice e al tempo stesso meravigliosa a questo problema. Lo scopo della vita, secondo l’induismo, è nel comprendere, cioè divenire coscienti del fatto che l’uomo è essenzialmente spirito, non materia.   Non ci vieta di vivere una vita sana in pace e prosperità, ma condanna decisamente il fatto che si viva indulgendo in attività solo materiali.  Ci sono varie definizioni della natura umana nell’induismo, ma quello che dà Swami Vivekananda è molto chiara, afferma che ogni anima (uomo) è potenzialmente divina e che lo scopo della vita è realizzare questa verità.  Aggiunge che la si dovrebbe raggiungere controllando la natura interna e quella esterna. Sostiene che ci sono quattro vie distinte, cioè Karma (lavoro), Bhakti (devozione), Jnana (conoscenza) e Yoga (controllo della psiche) per raggiungere lo scopo ultimo della vita. Ogni via concerne e rappresenta un aspetto particolare della personalità umana.  Afferma anche che è possibile raggiungere questo obiettivo combinando insieme le 4 vie. Molti dei problemi che ci troviamo ad affrontare nel nostro mondo traggono la loro origine fondamentalmente dal fatto che non abbiamo coscienza del destino ultimo o dello scopo della vita.  Oltre a cio’ ci sono anche altre tappe intermedie o fattori che portano alla crisi nel nostro mondo.   Gli uomini hanno distrutto gran parte della natura, spinti da un desiderio insaziabile di ricchezza e potere, facendo ciò hanno rovinato l’equilibrio ecologico e inquinato l’ambiente. La tragedia di Bhopal in India avvenuta più di 25 anni fa, e che ha lasciato dietro di sé migliaia di morti, ne è un tipico esempio. Gli effetti sulle persone furono disastrosi, non solo su quelle coinvolte allora, ma anche su chi nacque nei decenni successivi. Centinaia di bambini nacquero con malformazioni agli arti o con disabilità. Tali tragedie tuttavia non accadrebbero se ascoltassimo i consigli che si trovano nelle Scritture di tutte le religioni. Alcuni dei testi più antichi dell’induismo parlano chiaramente della coscienza e del grande rispetto per la natura. Dicono in modo preciso come possiamo proteggere l’ambiente, ecco alcuni esempi:
* “non tagliare gli alberi perché sono utili contro l’inquinamento.” (Rig Veda, 6:48:17) 
* “non disturbare il cielo e non inquinare l’atmosfera.” (Yajur Veda,5:43)
* “la distruzione delle foreste è considerata come una distruzione del proprio stato, il rimboschimento é un modo per ricostruire lo stato e far progredire il suo benessere.  La protezione degli animali è ritenuto un dovere sacro”. (Charak Sanhita)
 
Quale è la filosofia sottesa all’approccio induista all’ecologia umana e ambientale?  Si basa sul principio del sacrificio che è uno dei fondamenti della vita secondo l’induismo. Questo è a sua volta legato all’idea di altruismo. Swami Vivekananda dice, “tutta l’etica, tutte le azioni e i pensieri degli uomini si basano su questa idea di altruismo. Tutta l’idea della vita umana può essere riassunta in un’unica parola, altruismo, cioè essere distaccati da se stessi. 
Perché dovremmo essere altruisti? Perché è necessario essere altruisti, in cosa consiste la forza e il potere del mio essere altruista? Ti ritieni un uomo razionale, un uomo pratico, ma se non mi fai vedere il motivo di questo tuo essere utilitarista, dico che sei una persona irrazionale. Devi darmi un motivo perché io non sia egoista. Chiedere a qualcuno di non essere egoista può avere il valore di una poesia, ma la poesia non è di per sé un buon motivo. Indicami un motivo. Perché dovrei essere altruista, e perché dovrei essere buono? Se il Signor e la Signora Tal dei Tali fanno così non è per me una ragione sufficiente. Dove è l’utilità del mio essere altruista? Al contrario mi giova di più essere egoista perché in fondo ciò implica una maggiore felicità. Dunque qual è la risposta? L’utilitarista non lo ammetterà mai, la risposta è che questo mondo è solo una goccia in un mare infinito, un anello di una catena infinita” 
 
Quando egli afferma che lo scopo della vita si può raggiungere attraverso la conoscenza dell’azione (Karma Yoga), propone una visione integrale della vita che combina gli insegnamenti Upanishadici e Vedici. I saggi Upanishadici e Vedici propongono il concetto dello Yajna, che implica fondamentalmente il sacrificio, quale principio guida della vita. Questo è il nome che hanno dato al pio sacrificio che è il rito centrale del Veda. Si basa sull’idea che l’uomo può avere una vita felice e prospera solo se vive in armonia con il proprio ambiente, che è formato dalla Natura e dalle entità divine, Devas, che controllano le forze della Natura.  L’uomo trova il suo sostentamento e la sua discendenza come doni della Natura e deve perciò essere grato a quelle entità divine la cui espressione sono queste stesse forze della natura.
All’uomo si richiede di offrire come ringraziamento ai Devas una parte di quelle cose buone della Natura che ha ottenuto proprio grazie alla benevolenza dei Devas stessi.  L’offerta è fatta con il fuoco che esprime il legame tra l’uomo e i Devas. Così il ringraziamento avviene come un rituale del fuoco durante il quale vengono offerti dei beni e si cantano inni Vedici. La corretta esecuzione di questi  Yajnas da parte di singoli individui e di comunità assicura la benevolenza dei Devas e attraverso di essa una discendenza degna e pioggia abbondante, cose da cui dipende la sopravvivenza e il nutrimento in questo mondo. Condividere questo dono dei Devas senza essere grati e senza offrire loro la parte dovuta è una forma di furto, come è descritto nel Gita, un peccato orribile. L’importanza di ciò nel contesto del Gita sta nel fatto che tale obbligo che il Veda impone agli uomini nella società come sacrificio non è possibile per chi non lavora e si condanna quindi ad una vita non etica, una vita da ladro o da sfruttatore.  
 
La filosofia Vedica dello yajna è la legge del sacrificio.  Essenzialmente è la legge della durata delle cose. L’esperienza ci fa assistere a dei continui cambiamenti; ogni cosa ricevuta dalla Vita universale deve essere restituita. Questa è la legge inesorabile del sacrificio che determina la durata di ogni cosa. Ogni essere vivente dipende per la sua sussistenza dalla vita universale, e può mantenere la propria individualità solo rinnovando continuamente questo legame. Rinnovamento significa scambio. Per essere riempiti dobbiamo prima svuotare noi stessi.
La vita è un circuito chiuso, un equilibrio omeostatico di forze. Ogni azione produce una reazione; ciò che diamo alla vita universale ci ritorna come karma-phala, il frutto dell’azione. L’azione individuale è governata dalla legge del sacrificio, la reazione cosmica, invece, sottostà alla legge del karma. Riceviamo molte cose dalla Vita universale. Parte di esse è utilizzata per la nostra sussistenza, il resto è restituito alla Vita universale. Noi non restituiamo semplicemente quello che ci è stato dato, ma lo modifichiamo creando cose nuove. Questo processo di modifica e restituzione delle cose alla vita universale è chiamato lavoro. Il lavoro è una forma di creatività. Esso è effettivamente l’espressione umana della creatività di Dio. La creatività di Dio, il lavoro, è disinteressata, è yajna, è fatto per la semplice gioia del dare sé stessi. Se anche noi svolgiamo il nostro lavoro come un atto creativo non egoistico il nostro lavoro diventerà yajna, e prenderemo parte alla beatitudine divina. Ogni cosa deve essere affidata alla Vita universale, ed è così che ognuno deve costantemente lavorare. Ma quando il lavoro viene svolto come yajna, non produce né dolore né schiavitù. Infatti il Gita dice: “Il lavoro causa schiavitù solo quando non è fatto come yajna. Perciò devi fare bene il tuo lavoro come yajna senza sentirti legato ad esso”.
In base alla legge del Karma, ciò che, attraverso il nostro lavoro, devolviamo alla Vita universale, ci viene restituito. Ma questa restituzione non è nient’altro che un dono da parte della Vita universale, è grazia di Dio, non possiamo esigerla come se fosse un nostro diritto, né possiamo decidere quando e come debba avvenire. È perciò che il Gita dice: “Hai soltanto il diritto di lavorare, mai (il diritto) di ottenere il suo risultato. Perciò è la legge del sacrificio ad essere quella più importante, e quest’ultima dovrebbe essere alla base della moralità, come effettivamente accadeva durante il periodo Vedico.
 
Il principio di una sana vita sociale è anch’esso basato sul principio del tener conto gli uni degli altri, cioè non combattersi a vicenda, aiutandoci l’un l’altro, servendoci a vicenda. Ciò aiuterà ognuno a raggiungere il livello più elevato.  Se prendi dalla natura, ma alla natura non viene restituito, tu soffrirai. Prendi e restituisci, questo è il principio di una sana relazione tra uomo e ambiente. Oggi la nostra esperienza ci fa vivere gli aspetti negativi del consumismo, dell’eccessiva dipendenza dalla tecnologia, della crescente industrializzazione. Siamo testimoni delle azioni con cui gli uomini causano l’avvelenamento dell’ambiente, incluso l’assottigliamento dello strato di ozono che protegge la terra dalle forti e pericolose radiazioni provenienti dal sole. Perciò questa questione è di vitale importanza per gli esseri umani. L’insieme di questi argomenti viene indicato con il nome di vaina, il cui significato originario è “sacrificio rituale”. Nel Gita, tuttavia, le si da il significato di “senso etico”, “capacità di dare e non soltanto di prendere”. Se la natura viene sfruttata troppo, l’umanità stessa sarà distrutta; l’esperienza recente ci fa comprendere bene questo fatto.
 
Nella via del Karma Yoga la disciplina principale è lo Yajna. Il significato di tale parola è già stato illustrato. La domanda che ora si pone è: come convertire tutta la propria vita in uno Yaina? Il Karma Yogi realizza ciò convertendo tutta la propria vita in un’oblazione incessante alla Vita universale. A livello fisico il suo vajna assume l’aspetto del donare cibo, vestiti, eccetera, e nel prestare servizi concreti come prestare assistenza infermieristica verso chi ne ha bisogno. A livello mentale il vaina assume la forma dello scambio di conoscenza e di amore con gli altri. A livello spirituale il vaina assume l’aspetto della oblazione perpetua dello spirito universale allo spirito universale.
 
I Veda stabiliscono che ogni uomo abbia l’obbligo di compiere quotidianamente i seguenti sacrifici. Devayajna: adorare di dei e dee. Rsiyaina: acquisire e diffondere la conoscenza spirituale. Pitr-yajna: curarsi dei propri parenti, avere una discendenza e mantenere le tradizioni familiari. Nr-yajna: provvedere a cibo, vestiti e riparo a persone che sono nel bisogno. Bhuta-yajna: curare gli animali e le piante e aver cura dell’ecosistema. Vi è un grande bisogno di ridare vita a questo antico schema, se non come obbligo, almeno come istituzione sociale. 
 
Tuttavia, occorre tenere in mente che la pratica Vedica dello vajna non era un semplice istituzione sociale, ma una disciplina spirituale. Ciò che dobbiamo fare ora è combinare tutti e tre gli elementi del vajna – sacrificio di sé, disciplina spirituale e istituzione sociale. L’era della spiritualità individuale sta arrivando alla fine. La consapevolezza collettiva sta crescendo rapidamente ai livelli sociale, nazionale e internazionale. Attraverso uno sforzo spirituale collettivo l’evoluzione psico-sociale del genere umano può essere considerevolmente accellerata e la vita dell’umanità intera potrebbe essere elevata ad un livello spirituale più elevato. Questa è l’idea di spiritualità di cui il mondo moderno ha bisogno, e che può essere realizzato soltanto stabilendo il vajna come disciplina spirituale universale.
 
Finora abbiamo guardato soltanto alla natura esterna, e come proteggere l’ambiente. Ma, forse, è più importante la necessità di purificare la nostra natura interna, affinché ci asteniamo da guerre, conflitti, ecc... Ciò sembra essere molto più disastroso del danno fatto alla natura esterna. Se le nazioni devono coesistere nell’armonia e nella pace, l’unica soluzione sembra essere nello sviluppare un autentico spirito della comprensione, della condivisione e del servizio, nell’essenza un vero spirito di sacrificio. Swami Vivekananda disse: “Siamo in pace, vera pace con noi stessi, e offriamo tutto, il nostro corpo e la nostra mente, come sacrificio eterno al Signore...” “Nella ricerca del benessere in questo mondo tu sei l’unico bene che ho trovato, sacrifico tutto in Te”. Ripetiamo questo giorno e notte e diciamo: “Nulla per me; indifferentemente da che si tratti di qualcosa di buono, cattivo o indifferente; non me ne curo, sacrifico tutto a Te”. “Rinunciamo, giorno e notte, al nostro io apparente. Facciamolo finché diventa un’abitudine, finché ci entra nel sangue, nei nervi e nel cervello; così tutto il corpo, in ogni momento, sarà obbediente a questa idea di rinuncia di sé”.