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Nei prossimi giorni, la maggior parte dei paesi d’Europa ricorderà la fine della Prima Guerra Mondiale. 
Questa guerra era inedita nella storia dell’umanità per ampiezza geografica (nessun continente fu risparmiato), per la massiccia mobilitazione dei combattenti e delle popolazioni rimaste a casa : la prima guerra totale della storia.  Per la Francia, le perdite raggiungono 1 milione e quattrocentomila morti, 4 milioni e duecentosessantasei mila feriti, di cui quasi trecento mila mutilati, le «gueules cassées», facce spaccate. Il 27% degli uomini tra i 18 ed i 27 anni sono scomparsi. Cinquecentosettantotto mila morti per l’Italia ed un milione circa di feriti. Due milioni di morti per la Germania. Per il complesso dei paesi in guerra, si contano 9 milioni e settecentomila morti e 21 milioni e duecentomila feriti. Bisogna aggiungere le vittime civili e – dopo la guerra – i danni devastanti dell’influenza spagnola. Non dimentichiamoci nemmeno del primo genocidio della storia, quello degli Armeni nel 1915. 
Al bilancio delle perdite umane vanno aggiunte le devastazioni materiali nelle aree di combattimento ed il collasso economico, ma anche le sofferenze provocate da così tante perdite : le vedove, gli orfani, i genitori disperati. I monumenti ai morti sgranano/rimandano i nomi dei morti. Questi morti sono vite strappate, famiglie in lacrime, una società che s’inabissa. Le liste ci rivelano a volte tutti i figli di una coppia. 
In Francia si parlò di «Vittoria». Si può mai parlare davvero di vittoria quando questa è fondata su un massacro spaventoso? 
Roland Dorgelès, un grande scrittore, ha formulato la domanda riguardo alle perdite subite nella battaglia di Verdun : «Trecento mila morti, quanti pianti fanno?» 
 
In queste circostanze, che pace costruire? Come costruire un’autentica pace? La guerra è stata il frutto dei nazionalismi che non hanno mai smesso di affermarsi in Europa durante il diciannovesimo secolo. La guerra fu l’esito della crescita di odi e di pregiudizi, delle paure dell’altro, degli altri, fino a definire «nemici dall’interno», cosa che fece Charles Maurras come pure altri ideologi in Russia ed in Germania, gli ebrei. La guerra fu l’esito delle ambizioni imperialiste, della ricerca della potenza di ogni nazione a svantaggio dei vicini e dei popoli colonizzati. 
Paura, odio, ricerca della potenza non scomparvero alla fine del 1918. Il papa Benedetto quindicesimo, che durante il conflitto aveva tentato invano di imporre una pace senza vincitori né vinti, denunciato in Francia come «il papa crucco», in Germania come «il papa francesino», si preoccupava ancora nel 1920 della pace costruita «all’ombra delle baionette». 
Il trattato di Versailles del 28 giugno 1919, e gli altri che riorganizzarono l’Europa, Saint-Germain-en-Laye, Trianon, Sèvres, Losanna nel 1923, furono imposti ai vincitori, senza un negoziato reale. Bisogna fermarsi all’articolo 231 del Trattato: 
 
«I governi alleati ed associati dichiarano e la Germania riconosce che la Germania ed i suoi alleati sono responsabili, per averli causati, di tutti i caduti ed i danni subiti dai governi alleati ed associati ed i loro cittadini a causa della guerra, che gli è stata imposta dall’aggressione della Germania e dei suoi alleati» 
 
Tutto sta in questa dichiarazione : lo spirito di vendetta, le riparazioni allucinanti imposte alla Germania («la Germania pagherà» diceva Clemencau : «fino all’ultimo penny» aggiungeva Lloyd George), lo smantellamento delle forze armate, la perdita delle sue colonie, la riduzione del suo territorio ; ma anche la distruzione degli imperi, l’impero austro-ungarico a vantaggio dei piccoli Stati nazionalisti, dell’impero ottomano a vantaggio delle potenze britannica e francese, mentre l’impero russo si dibatteva nella guerra civile. 
Imporre la responsabilità della guerra ad un campo soltanto era una negazione dei fatti : la responsabilità della guerra fu comune a tutti i governi. Jean Jaurès, nel suo discorso pronunciato a Lione il 25 luglio 1914 l’aveva detto. Aveva sottolineato anche la responsabilità della Francia. Bisogna rileggere questo magnifico discorso dove denunciava tutto un sistema di relazioni internazionali: 
 
 «Ecco, ahinoi, la nostra parte di responsabilità. Ed essa si specifica, se avete la pazienza di ragionare che è la questione della Bosnia Erzegovina che è l’occasione della lotta tra l’Austria e la Serbia ; e che noi, Francesi, quando l’Austria annetteva la Bosnia Erzegovina, noi non avevamo né il diritto né la maniera di opporgli la minima rimostranza, perché eravamo impegnati in Marocco ; e che noi avevamo bisogno di farci perdonare i nostri propri peccati perdonando i peccati degli altri. Ed allora il nostro Ministro degli Esteri disse all’Austria: «Noi vi lasciamo passare la Bosnia Erzegovina a patto che voi ci lasciate passare il Marocco» ; e noi spostiamo le nostre offerte di penitenza di potenza in potenza, di nazione in nazione e diciamo all’Italia “Tu puoi andare in Tripolitania, dato che io sono in Marocco, tu puoi andare dall’altro lato della strada, dato che io rubo alla fine. Ogni popolo appare attraverso l’Europa colla sua piccola torcia in mano ed ora ecco l’incendio.» 
Questo discorso valse a Jean Jaurès l’odio inestinguibile dei nazionalisti. Fu assassinato cinque giorni dopo. 
 
Purtroppo l’insegnamento del gran massacro, «il massacro inutile» come lo definì Benedetto XV, non ha ancora dato i suoi frutti. Anzi al contrario, le sofferenze subite hanno inasprito i sentimenti di ostilità. È la ragione per cui oggi è indispensabile porci questa domanda : «come si perde la Pace ?» 
 
Nel 1945, nel 1950, seppero pensare diversamente e cercare altre soluzioni grazie al lavoro di riflessione portato avanti dalle Resistenze in tutti i paesi occupati dai nazisti. Uomini di Stato che vedevano lungo hanno saputo mettere in cantiere la costruzione di una nuova Europa, con dei metodi radicalmente rinnovati, basati sulla riconciliazione tra quanti prima si erano combattuti e sul delegare la sovranità, a cominciare da carbone ed acciaio. La Dichiarazione di Robert Shuman del 9 maggio 1950 lanciò la formazione delle prime Comunità europee, che diverranno più tardi l’Unione europea. Questo ha valso all’Europa svariati decenni di pace senza precedenti. Ma la storia non è finita. 
 
Di nuovo alcuni in Europa ragionano come nel 1919, cercano di suscitare odi, di tenere in buona salute le paure. Populismi che sfruttano le inquietudini dei cittadini male informati e le falle delle istituzioni europee, si alleano ad ideologie neofasciste, come nel caso attuale dell’Italia, per tentare di distruggere l’opera di pace costruita dall’Unione Europea, che nel 2012i ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace. L’europeismo è stata la politica dell’Italia dal 1946 al 2018. Alcide de Gasperi parlava di «Europa nostra patria». L’Italia ha svolto, dal 1950, un ruolo trainante nella costruzione di una Europa di pace. Ha sostenuto tutte le riforme nella direzione dell’unità dell’Europa, dall’elezione del Parlamento europeo a suffragio universale (1979) al trattato di Maastricht (1991). La sua ammissione nello spazio Schengen, poi tra i paesi aderenti alla moneta comune, l’euro, dal 1° gennaio 1999, è stata vissuta come una vittoria nazionale, raggiunta al prezzo di uno sforzo consistente. Nel 1993, un sondaggio indicava che l’83% degli italiani vedeva l’Europa come positiva, molto prima dell’unità nazionale e dello Stato. Ciò nonostante, oggi, l’Europa non appare più come un aspetto scontato agli occhi degli italiani. Tutto il contrario. Il paese che fu a lungo uno dei più filoeuropei dell’Unione Europea, raggiunge dei record di euro scetticismo : secondo l’eurobarometro del 2017, il tasso d’opinione euroscettica in Italia è passato dal 29% nel 2012 al 46% nel 2017. 
È tutta l’Europa però che è percorsa da venti cattivi, dalla Polonia all’Ungheria, dalla Germania alla Francia dove dei partiti opposti all’Europa ed anche alla democrazia sono in forze. Discorsi e parole che avremmo creduto banditi dalla vita pubblica ritornano, comportamenti si propongono di nuovo senza remore. L’antisemitismo ricompare ed uccide. 
 
In questo contesto pericoloso, ripercorrere gli anni 1919-1920 è indispensabile se non vogliamo riviverli, senza dimenticare come il papa Pio XI definiva il nazionalismo nel 1930: 
«L’odio e l’invidia al posto del reciproco desiderio del bene, la diffidenza ed il sospetto al posto della fraterna confidenza, la concorrenza e la lotta al posto della buona intesa e della cooperazione, l’ambizione all’egemonia ed alla preponderanza al posto del rispetto e della protezione di tutti i diritti, siano essi quelli dei deboli e dei piccoli.» 
 
Non dimentichiamo mai che la pace non è mai raggiunta definitivamente, perché è il frutto di un processo democratico, di una riflessione; la guerra è un istinto mimetizzato in fondo ad ogni popolo. Non dimentichiamocelo, coll’avvicinarsi delle elezioni europee del 26 maggio 2019. Cento anni dopo, l’Europa si trova di nuovo ad una svolta cruciale : proseguire il sentiero tracciato dalla fine della II Guerra Mondiale, od avviarsi sulla strada dell’avventura, un salto nell’ignoto.