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Vladimir Gaudrat

Catholic, Abbot of Lérins, France
 biografia

In un certo modo è una prova dover parlare della forza storica della preghiera in questa città al tempo stesso nel cuore dell’Europa e nel cuore del dramma europeo del XX secolo. Nel cuore di questo paese si sono affrontate le due false ideologie di fabbricazione di un uomo nuovo, il nazionalsocialismo e il marxismo nella sua versione sovietica. In maniera diversa, perchè non c’è niente di equivalente alla volontà sistematica di sterminio del popolo ebraico della « soluzione finale », sono sfociate nell’eliminazione di decine di milioni di persone considerate unicamente come ostacoli sulla via della costruzione di un regime nuovo. Davanti a questa pesantezza inintelligibile del male, alcuni hanno detto che l’unico atteggiamento giusto era il silenzio. Allora non ci si può arrischiare a parlare se non attraverso testimoni che abbiano vissuto loro stessi questo dramma, e  attraverso delle immagini. Dal mio punto di vista di monaco cristiano, questi testimoni appaiono come presenze, come manifestazioni di quel testimone unico che è Gesù Cristo, lui che ha sperimentato la morte per noi, lui di cui la lettera agli Ebrei dice: « E’ lui che, nei giorni della sua carne, con alte grida e con lacrime offrì preghiere e suppliche a colui che poteva salvarlo dalla morte ed è stato esaudito per la sua pietà. Benché fosse Figlio, imparò l'ubbidienza dalle cose che soffrì; e, reso perfetto, divenne per tutti quelli che gli ubbidiscono, autore di salvezza eterna  ». Per parlare della forza della preghiera, non posso che collocarmi al cuore di un paradosso mantenendo gli occhi fissi su questo testimone « messo a morte nella carne e resuscitato nello Spirito », lui la cui forza si manifesta nella debolezza. E’ una delle costanti del cristianesimo primitivo a partire dalle lettere di Paolo, quella di sottolineare il rapporto tra forza e debolezza il cui segno è la croce.

La prima testimonianza che vorrei citare è una cartolina gettata dal treno che la conduce ad Auschwitz da Etty Hillesum, una giovane donna ebrea olandese cercatrice di Dio, le cui lettere e il diario sono stati pubblicati alcuni anni dopo la guerra:
« A Christine Van Nooten, presso Glimmen
Christine, apro la Bibbia a caso e trovo questo : « Il Signore è il mio monte alto ». Sono seduta sul mio zaino, in mezzo a un vagone merci affollato. Papà e mamma e Mischa sono a qualche vagone di distanza. Questa partenza è comunque arrivata all’improvviso  ».
A queste poche righe rispondono come un’eco le ultime parole del suo diario: « Si vorrebbe essere un balsamo versato su tante piaghe  ». Di fronte al dilagare delle forze oscure del male che non hanno alcun senso in se stesse, la forza della preghiera è di essere come una luce fragile che dona senso, che cerca di far oscillare verso la fiducia. L’immagine che mi sembra corrispondere meglio a questa testimonianza, è quella di una moltitudine di persone conosciute o sconosciute portatrici di luce come una folla in un pellegrinaggio che rischiara la notte con le luci che porta. E’ in questa presenza fragile, questo oscuro chiarore, che individuo prima di tutto la forza della preghiera nella storia degli uomini.

La seconda testimonianza è quella di Claire Ly, una donna cambogiana che ha vissuto l’esperienza dei campi di sterminio dei khmer rossi. Di tradizione buddista, cerca di mantenere in vita se stessa e i suoi figli in mezzo a un sistema che mira solo all’eliminazione delle « categorie umane cattive ». Sceglie di prendere a testimone di ciò che le succede ogni giorno colui che ella chiama il dio degli occidentali, e di cui ha sentito parlare essenzialmente attraverso la letteratura francese. Una sera come le altre, è afferrata dalla bellezza del paesaggio e si sente invasa dalla pace: « Invece, io mi sento interamente afferrata dalla bellezza del paesaggio e il silenzio... Come un’assenza abitata. Questo silenzio fa scaturire un timido grazie dal mio cuore verso questo Dio sedicente creatore di ogni cosa... L’odio e il risentimento stringono meno il mio cuore ». In seguito, a poco a poco questo sentimento continuerà a invaderla fino al momento della liberazione del suo campo da parte dei soldati vietnamiti. A costoro, che le chiedono di distinguere i colpevoli dalle vittime, lei sente chi risponde:  « Qui, non ci sono che vittime ». In quel momento non aveva più - lei racconta - la forza di odiare.
La forza della preghiera è che non solo cerca di illuminare, anche se timidamente, ciò che è oscuro, ma anche che poco per volta dissolve l’odio e il risentimento che impediscono all’uomo di vivere. L’immagine che nasce dentro di me davanti a questa esperienza, senza dubbio perchè il mio monastero si trova su un’isola, è quella delle onde del mare che a poco a poco trasformano le pietre taglienti in ciottoli, e i ciottoli in sabbia. Per me questa esperienza è anche quella della preghiera dei salmi ripetuti presso il nostro monastero, di settimana in settimana. In essi si esprimono per convertirli, per trasformarli, tutti i sentimenti umani.

Mi sembra che solo dopo queste 2 testimonianze si possa parlare con precauzione di un altro aspetto più collettivo della forza storica della preghiera. Ci sono folle in preghiera che possono cambiare il corso degli eventi, non con la violenza, ma con una forza interiore. Una somma di preghiere individuali e perfino una preghiera sola, che possono farlo. Ma nel segreto, nel mistero, evitando di pensare questa forza come ciò che potrebbe somigliare a una pratica magica, o a un peso che ne controbilanci un altro. Parlare della forza storica della preghiera, è sempre parlare con umiltà di ciò che noi non cogliamo veramente, perchè è un dono di Dio. L’immagine che ho davanti agli occhi in questo momento è al tempo stesso quella di Teresa del Bambin Gesù che prega nel segreto del Carmelo per l’assassino Pranzini, e quella di tutte le preghiere segrete dette in Unione Sovietica durante il comunismo, di coloro che si spingevano fino a pregare per i propri persecutori, e alcune delle quali ci sono state trascritte, ed è anche quella dei monaci buddisti del Myanmar che sfilano per le strade di Rangoon pregando. Se a uno sguardo esteriore, l’efficacia non è la stessa, riflettendo, come stiamo facendo, sulla preghiera, siamo anche noi invitati, ed è un altro dinamismo che essa rende possibile, a superare le apparenze.