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David Rosen

Già Rabbino capo di Irlanda, AJC, Israele
 biografia
Se è vero che uccidere una persona porta ad una diminuzione della presenza Divina nel mondo, allora lo sterminio di comunità intere può essere considerato il massimo livello di dissacrazione di ciò che è Divino. Non vi è dubbio che dovere sacro delle religioni e di tutti i loro aderenti sia quello di fare del loro meglio per prevenire una tale terribile dissacrazione della presenza Divina, e di affermare la santità della vita umana, creata ad immagine di Dio.
 
L’impatto della Shoah, dell’olocausto nazista ha portato alla creazione di un insieme di norme internazionali miranti a punire coloro che perpetuano il genocidio ed a prevenire tali atrocità. In questo senso è molto importante che le reti tra comunità religiose diano un contributo affinché aumenti la consapevolezza a di tutto ciò, e affinché tali norme siano applicate. In ultima analisi, tuttavia, la sfida è di tipo educativo, e le religioni hanno da svolgervi un ruolo critico, se non unico: quello di infondere un’autentica venerazione per la santità e la dignità della vita umana. Inoltre, vi è il ruolo della memoria. La memoria svolge un ruolo critico in tutte le tradizioni religiose, tuttavia è la memoria futura, l’impatto della nostra memoria sulla nostra consapevolezza e sulle nostre coscienze, ciò che maggiormente ci preoccupa, e ciò a cui maggiormente aspiriamo.
 
Di conseguenza, una delle maggiori criticità è quella di far apprendere alle giovani generazioni gli insegnamenti che tali tragedie portano con sé, affinché essi siano più preparati a prevenirle. Infatti, vi sono studi che documentano quanta ignoranza vi sia riguardo a tali avvenimenti tra la maggioranza dei giovani di oggi.
 
Affrontando questa sfida, la Comunità di Sant’Egidio si è trovata in prima fila, portando molti giovani a visitare i luoghi dell’olocausto nazista, sia come tributo di rispetto verso le vittime, sia, soprattutto, per far apprendere loro quanto questa tragedia insegna.
 
Ma, al di là dell’orrore, quali sono gli insegnamenti che possono essere tratti da tali tragici genocidi?
 
Di recente, il Cardinal Blaise Cupich ha sollevato tale questione parlando di William Dodd, uno storico americano dell’Università di Chicago, scelto dal Presidente Roosvelt per essere il primo ambasciatore americano presso la Germania nazista. Inizialmente pieno di speranza, incoraggiato dallo spirito della “Nuova Germania” risorta dalle ceneri della Prima guerra mondiale, man mano che l’ascesa al potere di Hitler portò ad una persecuzione sempre più dura verso gli ebrei e non solo, l’eccitazione di Dodd si tramutò in paura.
 
Telegrafava al Dipartimento di Stato trasmettendo resoconti di prima mano di attacchi verso gli ebrei, della censura verso la stampa, e della entrata in vigore di nuove leggi che limitavano i diritti di ebrei e di altre minoranze. Tuttavia, i suoi superiori trattavano queste comunicazioni con indifferenza, e i suoi resoconti venivano giudicati troppo esagerati per essere credibili.
 
Dodd si rese conto che l’ascesa al potere di Hitler e le politiche che stavano portando verso l’olocausto avvenivano per gradi. Inizialmente vi era un linguaggio fanatico ed intollerante, che prendeva di mira una minoranza. Se all’inizio la popolazione ne minimizzava l’importanza pensando che fossero di portata marginale, “solo parole”, tale modo di esprimersi divenne sempre più diffuso, sempre più ritenuto credibile, e persino “rispettabile”. Il passaggio successivo era quello di rendere l’”altro” un bersaglio ed un capro espiatorio per le recriminazioni che la gente veniva convinta fosse giusto avere, soprattutto quando faceva leva su quanto era stato perduto con la Prima guerra mondiale. In questo modo l’odio diventò uno strumento politico per ottenere coesione e per guadagnare potere, e per portare alla disumanizzazione dell’”altro”. Ciò, a sua volta, portò alla volontà di realizzare lo sterminio, e poi alla sua effettiva realizzazione.
 
Seppure il nostro mondo di oggi sia significativamente diverso da quello della Germania nazista degli anni ’30, vi sono tuttavia, nella nostra società contemporanea, gli echi del fanatismo e dell’intolleranza, del pregiudizio, del modo di creare stereotipi, tipici di quel periodo. Questo deve assolutamente essere un campanello di allarme per ogni persona che sia mossa da una coscienza.
 
L’ignoranza del passato condanna a ripeterlo, disse George Santayana. Perciò, vi è la necessità impellente di insegnare l’olocausto nelle scuole. E non vi è solo l’olocausto nazista che ci deve servire da bruciante monito, ma anche altri genocidi avvenuti in tempi recenti. Lo slogan “never again”, “mai più”, ci chiede di mantenere viva la memoria del genocidio degli Armeni e di altre minoranze cristiane durante il dominio turco all’inizio del XX secolo, i genocidi dei Musulmani di Bosnia a Srebrenica ed altrove, così come i massacri nel Rwanda alla fine di tale secolo così carico di sangue, nonché, più recentemente, lo sterminio dei Yazidi, soprattutto per mano dell’ISIS.
 
Tuttavia, persino peggiore dell’ignoranza è la negazione.
 
Di per sé, la ragione perché ci sia qualcuno che cerchi di negare tali eventi terribili è sorprendente. Spesso, certamente, deriva da un profondo senso di colpa e, perciò, dal desiderio di minimizzare l’estensione ed il significato delle atrocità avvenute. Yehuda Bauer, storico israeliano studioso dell’olocausto, spiega questo concetto in modo succinto: “Il diniego dell’olocausto è dovuto all’incapacità di una società di accettare ciò che ha fatto”. Ovviamente questo è particolarmente vero per chi nega un genocidio e che appartiene ad una comunità che lo ha perpetuato.
 
Spesso il razzismo ed il pregiudizio sono essi stessi una motivazione. Inoltre, teorie del complotto hanno una loro attrazione, e, come nel caso della Germania nazista, la vittima può essere dipinta come chi compie manovre dietro le quinte, come un comodo capro espiatorio per i propri mali.
 
Il pericolo della negazione di un genocidio è stato descritto dall’ex Gran Mufti di Bosnia, il Dr. Mustafa Ceric, come “la negazione della verità riguardo al genocidio fisico reale, che finisce per perpetuare il genocidio psicologico, reale, a danno delle stesse vittime. (Diventa anche) una giustificazione per potenziali nuovi genocidi, perché chiunque nega il male reale insito in esso, è pronto a perpetuarlo nuovamente”.
 
Egli mette in risalto come nel mondo di oggi “le voci che propagano l’anti-islamismo e l’antisemitismo diventano sempre più forti (e ciò ci chiede di) alzare le nostre voci per contrastarle.
 
Tutto questo non solo ci chiama a combattere la negazione dei genocidi, ma anche di fare ogni sforzo per combattere le mentalità che fanno sì che i genocidi possano aver luogo. Ci chiede di condannare ogni negazione della dignità umana, ogni creazione di stereotipi ed ogni fanatismo ed intolleranza. Infatti, di per sé le parole non possono uccidere, ma sicuramente possono portare all’omicidio. Come è scritto nel libro dei Proverbi (18:21): “morte e vita sono in potere della lingua”.
 
E dobbiamo avere in mente le famose parole del Pastore Luterano Martin Niemöller:
 
“Prima vennero a prendere i comunisti, e non dissi niente, perché non ero un comunista. Poi vennero per i sindacalisti, e non dissi niente, perché non ero un sindacalista. Poi vennero per gli ebrei, e non dissi niente, perché non ero ebreo. Poi vennero a prendere me – e non era rimasto nessuno che dicesse qualcosa in mia difesa”.
 
Alzare la voce contro ogni fanatismo, ogni intolleranza ed ogni disumanità è un nostro dovere, allo scopo di prevenire genocidi ed atrocità; e sono gli uomini di fede, di religione, ad essere maggiormente obbligati a farlo.